La cosa più evidente di J. Edgar (un film fatto da un repubblicano, questa volta è abbastanza evidente) sono le due spinte che hanno lavorato alla sua realizzazione. Da una parte Leonardo DiCaprio, intenzionato a dare forma ad un ruolo da Oscar fatto di clamorosi sfoghi, primi piani intensi e momenti di topica mimesi, dall'altra Clint Eastwood intenzionato a raccontare una storia d'amore con un personaggio refrattario e duro come l'acciaio (materia con la quale, diciamo, ha confidenza), un tentativo riuscito fatto di silenzi e piccole mosse.

La storia la fanno i vincitori, J. Edgar Hoover lo sa, e vicino alla morte decide di scrivere la propria biografia per raccontare la sua versione dei fatti che lo riguardano. In questo modo ripercorriamo gli eventi che hanno portato alla nascita dell'FBI senza eccessiva enfasi sui vari passaggi. Nel racconto che Eastwood fa fare a J. Edgar su se stesso l'attenzione va sulle difficoltà vissute in prima persona e sul suo protagonismo. Più che altro è evidente come sia l'omosessualità repressa a forza il centro d'interesse del regista (e dello sceneggiatore Dustin Lance Black, premio Oscar per Milk). Non c'è ambiguità nelle preferenze sessuali di J. Edgar, questo è un problema che Eastwood risolve subito senza lasciare dubbi per andare a lavorare di fino sui mille piccoli modi attraverso i quali un uomo che non deve lasciar passare i suoi sentimenti cerca di lasciar passare i suoi sentimenti.

In questi ultimi anni abbiamo visto Eastwood brillare davvero quando si è misurato su film in cui l'intreccio delle relazioni personali è il cuore della trama (Million Dollar Baby, Mystic River, Un mondo perfetto, Gran Torino) e meno quando affronta racconti anticonvenzionali, più descrittivi che narrativi o dotati di un afflato storico (il dittico Iwo Jima, Invictus, Changeling, Hereafter). Così anche J. Edgar regala i momenti più preziosi nei confronti tra esseri umani e non nelle descrizioni storiche, nei momenti in cui si dice qualcosa ma si vorrebbe esprimere qualcos'altro.

 

 

Così alla fine, a fronte di tante cadute di stile o di momenti che non rendono onore alla raffinatezza che sappiamo essere parte del repertorio di Clint Eastwood, per chi le vuole cogliere J. Edgar regala anche un'infinità di piccole delicatezze fuori dal comune, descrizioni minuziose fatte di sguardi, movimenti di camera leggeri, due note di pianoforte (suonate da Clint stesso), colori desaturati, ombre onnipresenti e montaggi invisibili ma di inesorabile precisione.

Inqualificabili, infine, il make-up d'invecchiamento e il doppiaggio italiano. Roba da cinema parrocchiale.