La recensione di L’immensità, in concorso al festival di Venezia

Cos’è un film di Emanuele Crialese senza il mare? Da Respiro a Terraferma, infatti, Crialese ha sempre teso al mare come ad uno spazio metaforico che serve sempre per dire altro, specchio e insieme croce di personaggi fortemente attaccati ad una terra, quella siciliana. Con L’immensità mette invece questo specchio da parte, ambientando nella Roma degli anni Settanta un quadro familiare che al contrario rimane fedelissimo alla sua poetica: fatto di giochi di bambini, sguardi duri – quello del suo attore feticcio Vincenzo Amato, ma non solo – e soprattutto di donne tristi, piene di malessere, che con la loro ostinazione disperata ma perlopiù silenziosa cercano amore senza averne mai abbastanza.

In questo senso L’immensità è al contempo la magnifica riconferma dell’urgenza di Crialese di affrontare quei dolori, di far scontrare la dolcezza dell’innocenza di amori puri (non solo quelli infantili, ma anche di adul...