Stanley Kubrick è una di quelle figure per le quali si può usare termini tipo “visionario” senza vergognarsi troppo: la descrizione vale dal punto di vista strettamente cinematografico ma anche da quello tematico, se pensate per esempio al fatto che già nel 1968 metteva in scena la storia di (tra le altre cose) un’intelligenza artificiale che si ribellava ai suoi padroni. E a proposito di intelligenza artificiale, proprio oggi compie vent’anni un’altra opera che ha a che fare sia con i concetti di identità, autocoscienza e amore, sia con Stanley Kubrick, che avrebbe dovuto dirigerla ma che scelse alla fine di passare il testimone a un nome apparentemente improbabile – più per pregiudizio che altro, come vedremo dopo – ma che si rivelò l’uomo perfetto per il lavoro. Parliamo di Steven Spielberg e parliamo ovviamente di A.I. – Intelligenza artificiale, un film che mandò talmente in confusione la critica da convincere più o meno la metà di coloro che l’avevano bocciato a scusarsi pubblicamente nel corso degli anni per non averlo capito.

Come quasi tutti i film di Stanley Kubrick – e sì, lo sappiamo che non è un film di Stanley Kubrick, ma è andato a tanto così dall’esserlo ed è inutile fare finta che si tratti esclusivamente di un’opera spielberghiana – anche A.I. – Intelligenza artificiale è tratto da una fonte letteraria; in questo caso si tratta di Supertoys che durano tutta l’estate di Brian Aldiss, uno dei più grandi scrittori inglesi di fantascienza del secolo scorso che pubblicò questo breve racconto (se volete potete leggerlo qui) su Harper’s Bazaar nel 1969, appena un anno dopo l’uscita di 2001 – Odissea nello spazio.

 

Joe

 

Il racconto di Aldiss, che ebbe anche due sequel, è una sorta di riassunto ultra-compresso di tutte le idee che verranno sviluppate nel film di Spielberg; e soprattutto si regge su un trucco molto classico di certa fantascienza di quegli anni, quella che raccontava storie brevi e tutte costruite intorno a un plot twist, a una rivelazione sconvolgente che costringeva a rivalutare tutto quanto letto fino a quel momento (pensate al classicissimo Sentinella di Fredric Brown, uscito 15 anni prima). Nel caso di Supertoys, la rivelazione era quella che invece nel film di Spielberg viene esplicitata fin dalle prime scene: David, il bambino che non riesce a farsi amare dalla madre, non è un vero essere umano ma un androide, un’intelligenza artificiale programmata per provare amore.

Kubrick si innamorò già alla fine degli anni Settanta della storia di Aldiss, al punto che quando decise di trasformarla in film coinvolse l’autore chiedendogli di lavorare alla sceneggiatura. La storia dello sviluppo di A.I. – Intelligenza artificiale, e della sua scrittura in particolare, è ben documentata (qui per esempio ne parla nel dettaglio Ian Watson, accreditato come autore della storia a partire dalla quale Spielberg scrisse la sceneggiatura vera e propria), ed è una classica sequela di avvenimenti tipicamente kubrickiani: il regista litigò con Aldiss a causa delle sempreverdi “divergenze creative”, lo cacciò dal progetto, ingaggiò il succitato Watson, gli consegnò una copia di Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi e lo mise al lavoro.

 

Sbubba

 

Siamo ancora all’inizio degli anni Novanta, e il film non uscirà prima di un altro decennio; nel mentre succede di tutto e il progetto finisce nel più classico dei development hell. Non vale la pena entrare nei dettagli, ma il passaggio più importante di questo intero periodo è la scelta di Kubrick di offrire il suo film a un’altra persona – una scelta che si spiega banalmente con il fatto che aveva perso interesse nel progetto, ma che al tempo fu anche un’investitura clamorosa per un regista come Spielberg, che era già considerato uno dei più grandi in circolazione e per il quale A.I. – Intelligenza artificiale sarebbe dovuto essere un ideale passaggio di consegne. I due in realtà si palleggiarono il progetto per qualche tempo, ma la morte di Kubrick nel 1999 diede la svolta definitiva, e nel giro di un paio d’anni Spielberg fece uscire il suo film, dedicandolo al suo maestro.

Prevedibilmente le reazioni furono contrastanti, e la cosa più divertente con il senno di poi è scoprire quanto poco la maggior parte della critica ci avesse azzeccato, e quanto i pregiudizi abbiano indirizzato le prime recensioni. Ora ci arriviamo, ma prima lasciateci qualche riga per rinfrescarvi la memoria, visto che magari non vedete A.I. – Intelligenza artificiale da anni (male! È l’occasione buona per recuperarlo) e non vi ricordate quanto stratificato e complesso sia l’edificio narrativo. Che dice cose interessanti e profetiche già nei primi secondi, prima ancora di presentarci i protagonisti: Spielberg (perché la stesura finale della sceneggiatura è la sua) prende spunto dall’idea di Aldiss di un mondo sovrappopolato dove la gente deve chiedere il permesso al governo per fare figli, e la cala in un contesto che nel 2001 era futuribile e nel 2021 sembra un telegiornale.

 

David

 

Il mondo di A.I. – Intelligenza artificiale è, per farla breve, un mondo post-apocalittico. Il riscaldamento globale ha sciolto i ghiacciai, che hanno fatto alzare il livello dei mari e sconvolto il clima; molte grandi città sono state ormai sommerse dai flutti, e solo la parte più ricca dell’umanità sopravvive, costretta dalle condizioni a mettere un freno alla natalità. È in questo contesto che vengono sviluppati i primi robot intelligenti, creati per riempire quel buco ideale lasciato nel cuore di quel che resta dell’umanità dall’impossibilità di procreare; è un’idea molto tradizionale, quella che la massima ambizione di un essere umano sia di trovare l’anima gemella e la massima ambizione di una coppia sia di riprodursi, ma è una semplificazione che funziona perché non è il cuore della vicenda, ma solo il suo contorno.

Il cuore è invece quello che viene esplicitamente enunciato da William Hurt nella prima scena del film, lo spiegone durante il quale scopriamo che un’impresa privata sta lavorando a un robot-bambino in grado di amare i suoi genitori – un salto quantico in avanti rispetto ai programmatissimi androidi che già popolano il pianeta, una creatura artificiale ma capace di pensiero indipendente e soprattutto di sentimenti. Saggiamente né Aldiss né Kubrick né Spielberg insistono troppo sul “come” di questa rivoluzione: assumiamo che le nostre capacità tecnologiche ci abbiano reso in grado di replicare artificialmente la complessità di un cervello umano perché così ci dice il professor Hobby, e diamo quindi il benvenuto a David, il Pinocchio futuribile interpretato da Haley Joel Osment.

 

A.I. - Intelligenza artificiale David

 

È intorno a lui e alla sua ricerca di amore (e anche più classicamente di sé stesso) che ruota tutto l’edificio di A.I. – Intelligenza artificiale. Prima bambino-robot creato per sostituire il vero figlio della coppia composta da Frances O’Connor e Sam Robards (che è finito in isolamento a causa di una rarissima e contagiosa malattia, tanto per proseguire sulla strada delle profezie), poi eroe in fuga, che finisce nel suo personale paese dei balocchi, fa la conoscenza di una serie di figura in stile Mangiafuoco ma virate Mad Max, e infine riesce, o forse no, a esaudire il suo desiderio di diventare “un bambino vero”. È facilissimo vedere l’impronta del romanzo di Collodi nel film di Spielberg, ed è il motivo per cui A.I. – Intelligenza artificiale non è solo un film di Grandi Concetti ma anche un’avventura coinvolgente e dai toni spielberghiani.

E qui arriviamo a quello a cui stiamo accennando da inizio pezzo: A.I. – Intelligenza artificiale ha dovuto per anni scontrarsi con la sua stessa natura di ibrido, di progetto concepito da Stanley Kubrick e poi portato al cinema da Steven Spielberg e dalla sua Amblin. Nel corso delle sue oltre due ore, il film alterna momenti di gelide e alienanti riflessioni esistenziali kubrickiane a sequenze che la critica nel 2001 non esitò a definire, appunto, “spielberghiane”; e questa duplice natura, di profonda riflessione filosofica e di grande viaggio di formazione pieno di buoni sentimenti e dolcezza, gli costò al tempo recensioni tra il tiepido e l’annoiato. Particolarmente criticato fu l’epilogo, quegli ultimi venti minuti nei quali la storia fa un ulteriore salto cronologico di un paio di migliaia di anni per chiudere finalmente in maniera soddisfacente una storia che era rimasta in sospeso, come intrappolata nel ghiaccio.

 

La mamma

 

E qui casca l’asino, come raccontato tra l’altro dal critico americano Joe Leydon in questo (illeggibile) post. Perché la critica se la prese con Spielberg, accusandolo di aver trasformato un’opera filosofica in un polpettone sentimentalista; spiegando che quel finale posticcio con “gli alieni” (sic – più di un critico usò questo termine, dimostrando di non aver capito nulla) non poteva che essere un’aggiunta spielberghiana che rovinava il perfetto edificio intellettuale di Kubrick. E invece «la cosa più divertente» secondo Spielberg «è che tutte le parti di A.I. che la gente ha dato per scontato fossero mie sono di Stanley, e viceversa. Tutte quelle parti per le quali sono stato accusato di sentimentalismo: è tutto Stanley. L’orsetto di peluche è un’idea di Stanley [in realtà già di Aldiss, nda]. Gli ultimi venti minuti sono tutti roba sua. La prima mezz’ora, tutte le scene nella casa – è la sceneggiatura scritta da Stanley, parola per parola. È la sua visione». A Spielberg vanno attribuiti altri meriti: la sua visione coincide con tutto il secondo atto del film, e i momenti più spaventosi, disumanizzanti e provocatori sono farina del suo sacco; che è poi il motivo per cui il film piacque così tanto anche alla vedova Kubrick, e per cui il produttore Jan Harlan sostiene che “Kubrick avrebbe applaudito”.

Questa confusione tra “le parti di Spielberg” e “le parti di Kubrick” è stata rivalutata e rivisitata nel corso degli anni: parecchi critici americani hanno pubblicato, negli anni successivi all’uscita, pezzi di scuse al film, a dimostrazione che nel 2001 c’era quasi una segreta voglia di vedere Spielberg fallire, di potergli rinfacciare che i suoi buoni sentimenti e il suo senso di avventura sono roba per bambini, non Vero Cinema Alto. A vent’anni di distanza, anche in considerazione di quanto fatto da Spielberg negli anni successivi, possiamo affermare con tutta la sicumera del senno di poi che la critica al tempo si sbagliava. E possiamo quindi finalmente tornare a riflettere su quello che veramente conta in questo film: le sue profezie climatiche, e gli effetti dell’apocalisse sulla nostra società; le domande ancora senza risposta sulla differenza tra naturale e artificiale, su quello che separa (se esiste) un essere umano da un robot superintelligente e programmato secondo gli stessi principi che governano il nostro cervello; le riflessioni sulla solitudine, reale ed esistenziale, e su quanto sia ancora irrinunciabile, per una specie così teoricamente evoluta e avanzata come la nostra, un istinto fondamentale come quello di riprodursi, di creare piccole copie di noi stessi per riempire vuoti più o meno identificabili.

 

A.I. - Intelligenza artificiale Alieni

 

E no, tanto per chiarirci una volta per tutte: questi non sono alieni.