Deve essersi preso un bello spavento Denis Villeneuve quando, durante la pandemia, la contemporanea uscita di Dune: parte uno in sala e su HBO Max rischiava di tagliare le gambe al film con un incasso insufficiente per dare il via libera al seguito. L’idea di adattare il primo libro della saga di Frank Herbert, considerato infilmabile per via della sua complessità, una storia molto di parola e meno di azione, era già di per sé un azzardo. Dividerlo in due parti tagliando la prima sul più bello era una scommessa che, se riuscita, avrebbe portato un respiro ampio all’adattamento. Senza un seguito però l’intero film avrebbe avuto poco senso. Ancora meno di trasporre – per fare un esempio – La compagnia dell’anello, senza i successivi due libri. Perché se i film di Peter Jackson hanno in sé un minimo di chiusura. Non è così per quelli di Villeneuve. Dune: Parte uno è una promessa, Dune: Parte due è la consegna. 

Fortunatamente il box office pandemico ha sovvertito le caute aspettative. Il via libera è stato rapido e, nonostante si noti che i due capitoli non sono stati scritti insieme né girati back-to-back, l’esistenza della seconda parte chiude il cerchio andando a rafforzare la prima. Ora che possiamo pensare a Dune come un primo e un secondo tempo ci si rende conto di quanto il drastico taglio a metà crei una specularità che ha pienamente senso.

Da Atreides a Muad’dib

Frank Herbert non era innamorato dei suoi personaggi. Anzi, amava metterli in discussione. Quando il pubblico non è riuscito a farlo da solo lui ha scritto un secondo libro (Messia di Dune) per porre il punto interrogativo al posto di quello che sembrava essere esclamativo: il viaggio di Paul Muad’dib Atreides. In Dune: parte uno il percorso che affronta Paul lo porta agli opposti fisici: dall’acqua al deserto, dal potere della mente a quello del fisico (infligge la sua prima morte). Da principe qual è non si evolve a Re, diventa invece un profeta. Non ha più il potere politico, detiene quello religioso (che, in alcuni casi, sono estremamente simili). 

Dune: parte uno impostava tutto questo benissimo. Era un film infinitamente più difficile da fare rispetto al secondo. Doveva comunicare le regole di un mondo (che stranamente nel secondo film vengono ribadite in maniera assai ridondante), delineare la geogafia della scacchiera e le principali pedine. Una quantità infinita di informazioni da far digerire al pubblico in una struttura che trovava il suo apice a metà, con la caduta degli Atreides, e continuava per un’altra ora solo per posizionarsi al meglio in attesa del sequel. Per chi vi scrive, Dune: pare uno è un film infinitamente più interessante, da un punto di vista produttivo e di scrittura, rispetto al due. È anche meno soddisfacente, più faticoso e incompiuto come una profezia che non si è ancora avverata.

Dune 2

Diffida delle promesse, discuti lo stato delle cose

La parte migliore del primo erano le sue profezie. La parte peggiore del secondo sono le sue profezie. Non è colpa di Villeneuve, ma dell’essenza stessa della storia. Il film del 2021 mette a tema proprio l’attendibilità delle leggende, delle visioni e di ciò che la religione comanda. Sono stratagemmi del Bene Gesserit per indirizzare il proprio progetto di creazione di uno Kwisatz Haderach o è il cosmo (e la spezia) che parlano? Una via da seguire o un suggerimento? Un futuro inevitabile o una previsione entro cui valutare le scelte presenti?

In questo modo, insistendo sul dilemma dell’eroe predestinato, Villeneuve lasciava il sapore amaro sul finale di chi non sa se ha assistito a un parziale lieto fine o all’inizio di una tragedia. Il secondo capitolo non spazza via l’ambiguità ma rende ancora più complesso il passaggio di Paul da Atreides a Muad’dib (seguono ovviamente spoiler).

Perché in Dune la storia si deve leggere sempre e solo sul lunghissimo periodo. Il trionfo di oggi può portare a una sconfitta ancora maggiore domani. Le visioni che si sono realizzate hanno trovato un contesto nella parte due, una storia intorno a quei momenti mostrati con insistenza e isolati nel montaggio. Nella seconda parte il loro valore è soprattutto emotivo, incarnano paure e le tensioni inconsce verso le scelte di potere. Prima raccontavano cosa poteva essere Paul, ora cosa è. In questo gioco di rimandi, la saggezza pacata del ragazzo all’inizio del suo percorso, sembra ora ingenuità. La sua trasformazione, in due parti, traccia un arco vastissimo. L’Atreides e il Muad’dib si guardano attraverso i due film. Ognuno cercando di non essere l’altro

I personaggi non sono più gli stessi, ma non lo sanno

Cambia la carica, cambia anche ciò che i personaggi sono. Villeneuve ha più tempo in questa seconda parte, lo usa per recuperare l’aspetto più politico del libro di Herbert. Ogni attore di questa vicenda assume qui il ruolo di rappresentante di una categoria, perdendo la statura di personaggio tradizionale. Stilgar è la religione. Paul è il profeta. Se capiamo la portata del loro percorso è grazie a quanto già visto. La cesura tra i due film fa dialogare i personaggi nel prima e nel dopo. Lady Jessica è tra loro la più interessante: come si può essere madre di un essere dalla coscienza dilatata nelle pieghe della realtà? Libera dal Bene Gesserit, sfrutta le sue capacità per contrastare il loro disegno, diventando un loro opposto molto simile. Rabban viene soppiantato dal cugino, mentre il barone Harkonnen si rivela solo apparenza (manifestata nella forma del suo enorme corpo) e poca sostanza. L’imperatore Shaddam IV, prima presenza invisibile, diventa qui in maniera antitetica una presenza fisica, tangibile. 

Più debole è l’arco di trasformazione di Chani, per colpa di una Zendaya che dovrebbe lavorare di non detti ma i cui sguardi raccontano meno di quello che vorrebbero. Però che personaggio! Destinata ad essere la donna del profeta, si ribella al volere dei vaticini dimostrando di avere una visione estremamente limpida di dove porterà la catena di azioni e reazioni. Sacrificata nella parte uno, questo è il suo film.

Dune 2 Paul Chani Zendaya

Da Dune: parte uno a Dune: parte due c’è la distruzione dell’ordine precostituito

Anche a livello tematico la scissione ha pienamente senso. Dune: parte uno viaggia di pianeta in pianeta per mostrare un rigido ordine precostituito. Dune: parte due lavora sulle macerie, è un secondo inizio. Prima c’erano le casate, ora a fronteggiarsi sono gli ordini religiosi (anche Shaddam IV ha la statura di una volontà divina. Appena gli eventi lo costringono a mostrarsi, inevitabilmente, si indebolisce). 

La parte uno poneva l’accento tematico sul potere politico, la seconda sul potere religioso. Il fondamentalismo diventa un il nemico in un film che, di per sé, non ne ha. O meglio, in cui tutti, a loro modo, sono sia eroi che malvagi. Persino gli Harkonnen, crudeli per carattere e per design, finiscono manipolati e quindi stritolati in un gioco che non comprendono. C’è un’enorme distanza tra il Paul divino e il mortale duca Leto Atreides, più fragile e senza alcun potere, ma per molti versi più illuminato. La religione è ciò che ha permesso ai Fremen di resistere, di considerare il deserto un loro alleato invece che una sventura capitata al popolo. Il fondamentalismo religioso è invece un fondamentale strumento di potere per i leader. La credenza cieca, genera un’ideologia che finisce inevitabilmente per essere politica. 

Tutto questo emerge più chiaro grazie alla scissione fatta in due film. Uno scossone narrativo che corrisponde alla distruzione di un ordine e alla ricostruzione di un altro. I due mondi di Dune sono così simili (i pianeti sono gli stessi), ma la loro natura è cambiata dopo la caduta di casa Atreides, un tappo che aveva tenuto il freno sulle tensioni galattiche e sulla narrazione stessa, ora senza limiti. Se Dune: parte due può andare in profondità nei suoi temi, senza dimenticare lo spettacolo audiovisivo e l’intrattenimento puro, è perché la prima parte ha lavorato per posizionarla nel punto migliore possibile. Come una promessa. Come una profezia.

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