Come Il Conformista di Bertolucci ha fatto le cose in modo diverso dagli altri

Il Conformista

Nel 1970 Bertolucci arrivava in sala, dopo Strategia del ragno, con Il conformista. Un film in stretta continuità tematica, fatto di fascismi e uomini stretti in una morsa invisibile. Un’opera che lui stesso ha definito come: “La storia di una catarsi alla rovescia. Nel male invece che nel bene. La storia di un uomo che si sente diverso dagli altri e che vuole uniformarsi”. A ben vedere però il desiderio di conformismo si ritrova solo solo nel personaggio ideato da Moravia, Marcello Clerici, e mai nel film. Qui infatti Bertolucci diventa innovatore, anticonformista, creativo, si allontana il più possibile dalle soluzioni semplici di messa in scena, quelle usate dai “mediocri”.

Il volto duro di Jean-Louis Trintignant gioca con le figure noir. Rigorosamente in nero, con cappello e camminata sicura, appare però goffo, leggermente fuori posto. Come se stesse fingendo, appunto, di essere qualcosa che lui trova consolante desiderare: un fascista.

Invece la regia di Bertolucci è quella fiera e spavalda di un trentenne all’apice della sua forma. Possiede una grinta creativa che viene assecondata dalla miracolosa fotografia di Vittorio Storaro. La voglia è quella di fare le cose diversamente, di dire quello che non si diceva nell’Italia del tempo (e in quella di oggi) e di farlo solo con il cinema puro al massimo della sua potenza. Così, guardando Il Conformista, si trova dentro di tutto: angoli olandesi, passaggi repentini dal colore a una tinta desaturata quasi in bianco e nero, geometrie espressioniste, citazioni Nouvelle Vague, realismo e un tono da grande tragedia.

Un ricordo di una memoria di una vita

Tutto è protagonista: gli spazi, il montaggio, gli attori, la musica, lo spettatore stesso chiamato a interpretare e a correre dietro a un incessante carosello di eventi in ordine sparso, di fronte ai quali ci sentiamo sempre leggermente in ritardo.

Perché richiamando la sua natura letteraria Il Conformista si espone al montaggio come una recherche proustiana. C’è un viaggio che fa da cornice a tutto, dentro cui si inserisce un flusso di coscienza che è anche un percorso a ritroso verso le ragioni del male. Infine il terzo angolo narrativo è un flashback nel flashback dove il “peccato originale” ruba l’infanzia al vinto che il film ha deciso di mettere come protagonista.

Ovvero Marcello Clerici, un uomo che ha deciso di essere una spia della polizia politica fascista. Ha sposato Giulia (Stefania Sandrelli) una donna medio borghese. Comune, noiosa, banale, convenzionale. E questo lo soddisfa, perché come nella caverna di Platone anche lui è imprigionato a guardare ombre. Immagini simulacro di quello che è il mondo vero. Suo padre è un ex violento in preda ai deliri, sua madre è oppiomane, sua moglie non è vergine come il matrimonio cristiano richiede, il suo migliore amico, Italo Montanari, è cieco ma legge i testi della propaganda in radio. Nessuno è conforme, eppure gli uomini in nero, come ombre appunto, convincono Clerici a sopprimersi nella sua diversità.

Il conformista

Un fatto violento l’ha traumatizzato nell’infanzia. Forse omosessuale, non si accetta e si rifugia dietro a una maschera di patriottismo, di semplici regole da seguire e di uniformi tutte uguali. Decide così di organizzare la sua luna di miele a Parigi, dove dovrà uccidere un suo professore dell’università. Con idee contrarie a quelle del fascismo si era allontanato dall’Italia, ma i suoi proclami e i suoi pensieri facevano di lui un dissidente da eliminare.

Il conformista del romanzo Moravia aveva ancora la scusa del destino

Rispetto all’opera di Moravia Bertolucci dice di essere stato fedele ai personaggi, ma infedele nell’interpretazione, privando gli eventi di un qualsiasi accenno di destino. Il Conformista fu così uno spartiacque anche nel modo di leggere la storia italiana. Gli altri tendevano a riportarla come fatti, eventi neorealisti o ricostruzioni. Qui invece la storia è un dato psicologico, di volontà (legato alla psicanalisi come possono esserlo le grandi tragedie greche) ed è espressione dei luoghi. 

Spezzare l’ordine degli eventi fa discendere l’esperienza di visione in un ritratto intimo. Come in una seduta dall’analista, Clerici si racconta a noi spettatori. Ci guarderà anche in faccia nel finale rivelatore, dove si accorge della luce che arriva dal fondo della sua grotta e scopre l’inganno delle ombre. Ma cosa ha causato questa sua perdita nella follia? Non l’ereditarietà: il padre è folle e violento ma corporeo mentre il figlio lo è in maniera del tutto razionale. Tanto che, quando incontrerà l’uomo che gli ha causato il primo trauma dell’infanzia, gli attribuirà tutte le sue colpe passando a lui l’aggettivo di assassino. A conformare gli uomini, e a cambiare la storia, sono stati i luoghi.

Ne Il Conformista le persone diventano come lo spazio in cui vivono

Storaro fotografa gli spazi guardando sia all’arte pittorica che al razionalismo fascista. È il contrasto interiore che affligge anche l’Italia qui rappresentata. Perché Bertolucci non racconta il regime come il cinema era abituato a fare. Evita gli stendardi, le folle, i discorsi. Li si riconosce solo dal nero che portano nelle strade di una Roma che non ha più significato nelle sue antichità. Parigi invece li sconvolge. È una città libera, che contrasta, che accentua le diversità.

Lì Anna e Giulia anticipano Ultimo tango a Parigi. Ballano libere. Ancora una volta Bertolucci ha un’idea diversa su come usare le due donne. Una è la femme fatale, il suo linguaggio è quello noir. L’altra è la donna da melodramma, o commedia rosa. Le due si specchiano, si capiscono, e si piacciono. Un’unione femminile e femminista, di liberazione, grazie alla consapevolezza che la loro sessualità è un macigno. Non serve per generare, ma per essere. Perché accettarsi come donna con dei desideri che vanno oltre i doveri coniugali, significa emanciparsi.

Il conformista

Un nuovo modo di intendere la storia: non avvenimenti ma stati dell’anima

Il conformista ha raccontato la storia con un linguaggio nuovo, ha condannato per i crimini del fascismo delle nuove persone attribuendo loro un contrappasso diverso. Persino la critica alla Chiesa Cattolica è portata a compimento in una maniera totalmente originale.

Per potersi sposare Marcello Clerici si deve confessare. L’inquadratura divide il sacerdote, nel confessionale, dall’uomo inginocchiato all’esterno. Gli confessa tutti i peccati, anche quelli capitali, gli confessa anche la sua voglia di diventare un medio, uno come tutti. Vuole farlo proprio attraverso il matrimonio con una una “piccola borghese mediocre. Piena di idee meschine. Di piccole ambizioni meschine. Tutta letto e cucina”.

La cinepresa si allontana, vediamo che la donna è lì vicino, osserva la confessione. Forse sente anche. Il dialogo prosegue e il prete si chiede se Marcello faccia parte di un gruppo sovversivo. “No, faccio parte dell’organismo che dà la caccia ai sovversivi” gli viene risposto. Immediatamente si affretta ad assolvere tutti i peccati. 

Un perdono che diventa critica della posizione della Chiesa rispetto al fascismo. Bertolucci però fa di più: lo fa avvenire sotto gli occhi dei cittadini medi, dell’Italia per bene, che in silenzio vede tutto senza il coraggio di dire nulla. Un popolo che ha interiorizzato il conformismo e verso cui Bertolucci è ancora più severo. A loro non ha neanche attribuito lo sguardo rivelatore, il pentimento o l’incontro con la verità che riserva a Clerici quando questo raggiunge il suo personale inferno. 

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