Guillermo del Toro ha pensato al suo Nightmare Alley (in Italia La fiera delle illusioni) come un noir in bianco e nero. Tanto che negli U.S.A in questi giorni in sala è arrivata la versione “decolorata” del film, sottotitolato Visions of Darkness and Light. Non è solo un vezzo, o un tentativo di rilanciare la corsa theatrical del film in attesa dei premi, è anche una scelta stilistica coerente con il testo filmico. Perché la parabola di Stanton Carlisle non è fatta di sfumature. Bene e male, illusione e delusione, non sono allontanate da infiniti gradi di separazione. Il salto al polo opposto è facilissimo e rapido. A distanziare il bianco dal nero, i due opposti, c’è solo un labile confine.

È una dualità che si rispecchia anche nella struttura rigidamente bipartita di Nightmare Alley. La prima parte è interamente ambientata nel circo e potremmo confinarla in una sorta di “infanzia”, un’età dell’innocenza in cui le illusioni sono ancora un gioco controllato. La fuga successiva da quel luogo è una crescita drammatica: la magia diventa truffa, entra la psicanalisi, la guerra, la morte. Si scopre che quell’ammasso di giostre e tendoni non era certo un paradiso terrestre, semmai è un inferno ben protetto dall’esterno. Una volta capite le sue regole anche un semplice peccatore può entrare nel meccanismo sperando di non trasformarsi in un uomo serpente o soffrire quotidiane scariche elettriche, ma diventare quel “Dio” che disegna i numeri delle attrazioni e il destino degli interpreti. Quello che diventa, alla fine, è molto peggio.

Negli Stati Uniti sull’orlo della guerra infatti l’avidità distrugge. Stanton è affascinato dal mentalismo perché scoprendo le tecniche per conoscere intimamente gli altri può trovare se stesso. Mentre lui trae vantaggio dagli aspetti più misteriosi dei processi mentali, perché intimi e privati, una donna fatale fa lo stesso con quelli più noti dalla scienza. Una stessa truffa condotta con due mezzi diversi, si dirà nel film. Scopriremo sul finale che non è proprio così. La psicanalisi vince sulle illusioni, la tecnologia che sta per arrivare (come il poligrafo) aiuta a scoprire gli inganni. I macchinari e gli studi comportamentali aiutano a razionalizzare, ma l’uomo è un essere irrazionale per del Toro. Amiamo essere ingannati, rifugiarci nelle storie e nelle visioni di fantasmi, dove speriamo di poter guarire i nostri mali interiori.

Chi sa manipolare le emozioni ha in mano lo strumento di controllo per eccellenza. Abusarne, anche per dare sollievo, è un atto di controllo così divino da diventare demoniaco. Chi sfrutta lo spiritismo per mentire alle persone, dice Pete, incontra il volto di Dio che lo fissa e da cui non può scappare.

 

Nightmare Alley

 

Nightmare Alley è girato come un continuo atto di osservazione che svela i trucchi. Le luci illuminano gli ambienti ancora più che i volti. Stanton è spesso in ombra, rivelato solo dalla luce centrale di un accendino o di una sigaretta. Lo vediamo nel fumo, indefinito, sempre più sagoma incompleta che persona. Perché quell’uomo pulito e geniale, quell’artista imprenditore, è solo un’identità ingannevole rispetto al ruolo che il Dio del circo del mondo gli ha assegnato. È affascinato da Enoch: feto di bambino in formaldeide, conservato per la sua deformità, un terzo occhio in mezzo alla fronte. Lo accusano con gioia e ammirazione di avere ucciso la madre alla nascita. Quel neonato morto sembra però avere il controllo su tutti, osservarli da una posizione privilegiata. Tanto che Carlisle si ispirerà a lui nel suo numero di magia per ricchi, indossando una benda con un occhio al centro.

Si va al circo per vedere, per assistere a qualcosa di diverso e sorprendente, proprio come al cinema. Questo incontro con il mostro, tanto amato da del Toro, è anche uno specchio delle verità. Quando i passanti sono guardati da Zeena si sentono fieramente denudati della propria pelle. Accettano chi sono veramente, senza maschere né rimossi. È il loro massimo momento di fragilità, anche se loro non lo sanno. Creano un transfer verso l’illusione come un paziente nei confronti del medico psicanalista. Finché l’inganno regge, la loro volontà non sarà più tale.

In Nightmare Alley di Guillermo del Toro c’è un filo conduttore (totalmente inconsapevole) con le Illusioni Perdute di Balzac, rese film da Xavier Giannoli. Lucien de Rubempré ha il dono della parola, è un poeta e uno scrittore dalle grandi ambizioni. Vuole usarla per il bene, ma è inconsapevole del potere che detiene nella sua penna. Lo scoprirà con il tempo e con il denaro, che corrompe le sue pretese di verità e la sua ricerca della bellezza. La sua arte viene stuprata dalle esigenze della propaganda. Come i fischiatori nei teatri che possono decretare artificialmente un insuccesso o un trionfo, così anche il giornalista può controllare le opinioni distorcendo la realtà nei suoi articoli. Inganni e chimere surreali non differenti da quelle dei mentalisti in questi due romanzi di de-formazione.

la fiera delle illusioni

La fiera delle illusioni è così segretamente un film sulla propaganda. Mentre gli Stati Uniti si apprestano a entrare in guerra vendendo promesse, motivazioni, speranze, l’innocenza sta per finire. Non più tendoni, ma edifici dai soffitti così alti da uscire dall’inquadratura. Basta vetri sul pavimento, ora i microfoni sono nascosti nelle pareti delle case illuminate artificialmente. Le luci arrivano ovunque, diffuse dall’alto in maniera uniforme, per cercare di celare le ombre sempre più invadenti. La menzogna è rivelatrice. Svela chi siamo, rompe la maschera ipocrita del benessere costringendo a rivelare che quella stessa condizione è basata sul sangue altrui. Le mani sporche di sangue del “fantasma” alla fine, sono un colpo di teatro facile per il giocoliere delle emozioni. Il rimpianto è comune a tutti, il peccato anche.

Così il mentalismo viene sostituito dalla terapia, la lettura del corpo ad occhio nudo da una macchina della verità. Il circo è al tramonto perché ora il popolo è assetato di sangue, vuole vedere uomini bestia per sentirsi migliori, non ha più interesse nello scoprire le proprie mancanze. La pioggia battente diventa neve che congela in un tempo etereo. Si scopre che il sogno americano, ovvero la possibilità di ribaltare le proprie carte, non esiste. I miserabili di del Toro toccano il successo solo per ripiombare nel fango e negli escrementi della terra. Mai così pessimista, mai così vicino agli antieroi feriti dalla conflittualità diffusa. 

Ubriachi, drogati, allucinati senza più un’anima collegata all’identità, sembrano essere stati in Vietnam anzi tempo. Invece si scopre che la guerra quotidiana era già presente a casa loro anni prima ed era combattuta per un flebile miraggio di scalata sociale. L’auto-ipnosi degli ultimi, per sopravvivere alla distanza con i ricchi rapaci e ancora più spietati dei truffatori.

Balzac era arrabbiato con i critici, alzava le mani di fronte all’impossibilità di un’oggettività. I soldi corrompono la poesia e la letteratura. Bisogna pur mangiare nella vita, quindi perché non vendere i propri sogni?

Del Toro non è arrabbiato, è innamorato. Lo è dei suoi mostri, dei freaks costretti a comportarsi come bestie da una vita che non gli ha risparmiato sconfitte e dolori. Capisce le loro scelte sbagliate. Bisogna pur mangiare nella vita. E allora perché non vendere i sogni altrui? Anche a costo di svendere, un dollaro alla volta, un pezzo della propria anima.

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