La città incantata 20 anni fa celebrava il passato, ma in realtà era puro futuro

L’intenzione di Hayao Miyazaki è sempre di celebrare il passato, l’analogico, il mondo della campagna e della meccanica su quello della tecnica e della tecnologia. I suoi lavori però sono spesso così complessi e stratificati, così densi di contrasti che possono contenere anche l’esatto opposto.
La città incantata non fa eccezione. Nel 2001 sfondò le porte dell’animazione d’autore giapponese nel mondo, portando un messaggio passatista in superficie e uno molto moderno nell’intimo. Non che l’animazione giapponese non fosse distribuita, almeno da Akira aveva cominciato a penetrare lentamente il mercato occidentale e i lavori dello stesso Miyazaki erano stati distribuiti, fu La principessa Mononoke il suo primo film “mondiale”. Erano però tutti esempi di avventure, fantascienza, film d’azione ecc. ecc.

La città incantata era un film d’autore con un Orso d’oro al festival di Berlino e un Oscar come miglior film animato sulle spalle. Aveva tutto un altro profilo.

Il film era il secondo in cui il tradizionalissimo studio Ghibli utilizzava la computer grafica per alcune scene (dopo Mononoke), non era solo una sperimentazione, era la conferma che il test del film precedente era andato bene e che, per fare esattamente il film che aveva in mente, a Hayao Miyazaki serviva la computer grafica. Anzi, era proprio indispensabile. Perché il regista non ha mai smesso di parlare dell’importanza che ha, per lui, il disegno a mano, non ha mai smesso di essere un guerriero dell’animazione tradizionale, ma sa anche bene che solo la computer grafica può dargli certe cose che vuole e la incorpora quando può. Giustamente. Tradizionale in superficie, moderno dentro.

 

la città incantata cg

 

Dal punto di vista dello storytelling poi, La città incantata è il film che cambia Miyazaki. Il castello errante di Howl, Ponyo sulla scogliera e parzialmente Si alza il vento sono film in cui la narrazione è poco lineare e molto spezzettata, allegorica, non mira a tirare un arco narrativo per i personaggi, ma a mettere in scena alcuni momenti e confondere di continuo, seguendo più l’intuito che la logica. Fino a quel momento invece Porco Rosso, Nausicaa della valle del vento, La principessa Mononoke, Kiki Delivery Service e in un certo senso Il mio vicino Totoro erano stati estremamente lineari, delle avventure autoconclusive complete. Cinema tradizionale. In La città incantata invece la creazione cominciava a contare molto di più della logica. La possibilità di mettere sullo schermo una specie di esseri nuova e diversa anche se per poco, la possibilità di disegnare un treno sull’acqua anche se non serve a molto in sé, diventano la cosa più importante.

 

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In La città incantata Chihiro entra nel mondo degli spiriti nel trasloco verso una nuova casa. I suoi genitori (così moderni nell’abbigliamento e nei modi) si ingozzano e diventano maiali e lì tutto si perde, sappiamo che qualcuno può farli tornare umani e che Chihiro dovrà lavorare perché accada, ma cominciamo a vagare a con lei (che intanto come in un film di David Lynch è diventata un’altra, è Sen). La storia diventa quella di lei nelle terme e poi dopo diventa la storia di Baba Yaga e la sua sorella gemella e solo alla fine torna il tema dei genitori. Il film sta molto attento, di tanto in tanto, a ricordarci quale sia l’obiettivo finale di Chihiro, ma lo vediamo chiaramente che la storia Haku, spirito del fiume, della proprietà del proprio nome e ancora quella dello spirito senza volto che mangia tutto e poi diventa un fidato amico sono più importanti.
È Alice nel paese delle meraviglie, lo si è detto più volte, ma soprattutto è la narrazione spezzettata delle avventure grafiche videoludiche in cui un grande obiettivo è spezzettato in una infinità di micro compiti e sfide.

 

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È probabile che Hayao Miyazaki non abbia mai giocato ad un videogioco nella sua vita, eppure la struttura con cui Chihiro si muove nel bagno termale, la maniera in cui completa piccole missioni, torna in un certo punto per un dialogo con Haku che sblocca una consapevolezza in più e apre a un’altra missione, viene dai videogiochi degli anni ‘90, perché è lineare e ad avanzamenti progressivi. L’ipotesi più sensata è che Miyazaki fosse influenzato da altri che erano influenzati direttamente dai videogiochi o che nel suo team di produzione ci fossero persone influenzate dai videogiochi e le loro idee abbiano dato delle spallate allo storytelling in quella direzione.
Di certo il punto è che il risultato è molto più moderno di quanto i suoi costumi e la sua etica nipponica tradizionale non facciano pensare.

 

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Nel 2001 la Pixar aveva portato a termine i primi dieci anni della sua rivoluzione (anche) narrativa, aveva mosso un primo passo fondamentale nello spiegare al grande pubblico occidentale che l’animazione può avere molti strati di interpretazione, alcuni dei quali riservati agli adulti. Tutti erano allenati all’idea che Monsters & Co. funzionasse in modi diversi con il pubblico infantile e poi con quello adulto, La città incantata era la versione intellettuale di quel piacere, una favolona molto tradizionale nella sua lettura più immediata (per l’appunto Alice nel paese delle meraviglie) molto comprensibile nei suoi temi immediati, ma anche piena di idee che il mondo occidentale stava iniziando a scoprire. Non stupisce nessuno che fu Lasseter a battersi con la Disney per fargli distribuire il film in Nord America.

 

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Era dagli anni ‘80 che Miyazaki confondeva il confine tra quelli che consideriamo i buoni e i cattivi nei racconti, mai tuttavia questo modo di guardare ai personaggi era arrivato al successo in tutto il mondo. La sola idea che in quelli, che nei cattivi, cioè coloro che si oppongono alla soddisfazione della protagonista, ci sia una parte di bontà, che a metà film una figura spaventosa e pericolosa possa diventare un buon compagno, che i toni possano cambiare così repentinamente come nella casa della sorella di Baba Yaga o ancora che alla fine di tutto ci sia commozione per tutti e non solo per i protagonisti, era una soluzione modernissima che rompeva con tutta la tradizione. Di nuovo, non era una novità totale, ma milioni di spettatori lo vedevano accadere per la prima volta, aprendo così le porte alla modernità anche nell’animazione.

 

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