Che film sofferente che è Il Signore degli Anelli – Le due torri. Non certo dal punto di vista cinematografico. Il secondo capitolo della trilogia è quello in cui la regia di Peter Jackson ha acquisito ancora più sicurezza. Procede veloce, alternando sapientemente tanti piani temporali diversi. L’unico modo possibile per tenere alta la tensione fino al grande climax finale della battaglia al fosso di Helm.

Le due torri è un film sofferente per quello che racconta. Chi vi scrive se ne è accorto solo oggi, rivedendolo sul grande schermo della sala Energia insieme a un pubblico che, ancora 19 anni dopo, tiene il fiato come se fosse la prima volta. Lo si capisce proprio quando il tempo e le ripetute visioni attenuano il senso di stupore per le meraviglie tecniche (che, c’è da dire, ancora reggono come se fossero realizzate… tra un anno o due).

La compagnia dell’Anello appartiene al genere del viaggio e dell’amicizia. Le due torri è un film bellico in piena regola. La guerra è quella di trincea, dove l’unico obiettivo non è vincere, ma sopravvivere un giorno. E poi uno ancora. Non ha un protagonista (laddove nel primo film era senza dubbio il portatore dell’Anello), ma si dirama seguendo tanti individui che trascinano il proprio fardello. Per Aragorn è un’eredità e un destino troppo pesante. Per Gollum è la sua stessa esistenza scissa tra ciò che era e ciò che è diventato.

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Re Théoden è invece il sovrano in crisi. Guidato da un consigliere del male, ha perso la fiducia in quello che rappresenta e deve riconquistare la fiducia del suo popolo. Poi ci sono Merry e Pipino, entrambi impegnati a fare da mediatori rispetto agli antichi Ent, troppo presi dalla tradizione e dal quieto vivere per intervenire nelle faccende del mondo (che differenza c’è rispetto agli Hobbit della Contea?). 

Peter Jackson ha capito che in questo modo il film non poteva reggere. Aveva bisogno di trovare un centro attorno a cui far ruotare tutte le storie. Nel frattempo Le due torri aveva anche il compito di traghettare verso il gran finale, lasciando corda sufficiente per chiudere tutte le trame in maniera soddisfacente e soprattuto alzare la posta in gioco. Allora Jackson fa un qualcosa di contro intuitivo: non coccola lo spettatore, ma lo sfida. Immerge Le due torri nell’oscurità. Lo chiude con una scena dal tono minore e inquietante con i tranelli orditi da Gollum. Soprattuto inizia riprendendo la sequenza centrale della Compagnia dell’Anello (Gandalf contro il Balrog) come colpo di scena di speranza, e subito la tradisce. Ci fa credere che sia un sogno di Frodo. Un unico barlume positivo che svanisce nelle aride rocce che i due Hobbit dovranno affrontare per tutto il giorno. 

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Ecco trovato il centro del film: la speranza. Ovvero la luce, l’amico che ti sostiene, il sole che sorge, il buono che riemerge nelle creature più reiette, la natura che si ribella all’industria che tutto distrugge.

Ne Le due torri funziona tutto in questo modo. Ogni trama è una declinazione della disperazione. Prendiamo Frodo e Sam. Fermi di fronte a cancelli infinitamente più grandi di loro. Pensano di intrufolarsi in fretta e furia al loro interno, ma sanno che sarebbe una mossa suicida. Arrivati a così poco dall’obiettivo sono continuamente respinti, trattenuti, portati indietro mentre il cibo scarseggia.

Nelle tre ore del film Peter Jackson aggiunge un “eppure” a questo discorso. Tutto sembra perduto, eppure…

Eppure per un attimo la creatura chiamata Gollum può ritornare ad essere Sméagol. Colui che sembrava perduto, grazie a un gesto benevolo cambia il suo ruolo nella storia: da antagonista diventa una guida per gli eroi.

Gli Ent vivono in pace. Soffrono l’influenza dell’industria, ma sperano che tutto passi grazie alla razionalità. L’azione distruttiva è così insensata che non può perdurare. Sperano che finisca, ma non fanno nulla per arginarla. Lo scontro tra natura e operosità dell’uomo ne Le due torri è decisamente in favore di quest’ultimo, ben più distruttivo. Eppure due piccoli Hobbit che hanno appena iniziato a conoscere il mondo riescono a smuovere antiche tradizioni e lunghe discussioni. L’intruso, cui che ha turbato la quiete, l’ha anche salvata.

il signore degli anelli le due torri

Le due torri è un film secco. Fatto di terra, rocce, paludi morte dove le anime non riescono a riposare. È così fino a che gli Ent liberano l’acqua, ridanno vita al terreno, rinvigoriscono la speranza di un domani. È quello che Theoden cerca di preservare con la sua resistenza: i campi coltivati, le nuove generazioni che crescono in luoghi rigogliosi.

Conosciamo Theoden come un sovrano folle. Sta portando alla morte il suo popolo perché si è rassegnato. Meglio non fare nulla, restare nascosti e aspettare che si compia il proprio destino. Perché rischiare di morire oggi, quando posso vivere fino a domani (ma non oltre?). Arriva in casa sua una luce, incarnata da Gandalf il Bianco, che è anche il lume della ragione. Il pensiero ritorna giovane, gli occhi tolgono il velo opaco. La sapienza genera però il conflitto, il dubbio. La peggior scelta è non scegliere. Ma anche quando si sceglie non si è liberi dall’errore. Un Re mai ritornato illuminato può prendere decisioni sbagliate come quella di mettersi in un angolo senza via di fuga e di non chiedere aiuto. Eppure, a sorpresa, qualcuno arriva in soccorso di un popolo che sarebbe potuto perire senza troppi problemi. Un gesto di sacrificio altruista fondamentale nel Signore degli Anelli.

La resistenza del fosso di Helm cambia la storia. Fa capire a chiunque si opponga al dominio di Sauron, che è ancora possibile vincere. Non da soli, certo.

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È per questo che Le due torri esplode in un intreccio di sequenze magistrali incastrate l’una sull’altra. Lo fa proprio quando si accende una luce ad est, all’alba del quinto giorno. Contro il sole, oltre le colline, Gandalf riporta la speranza. Ma per come è girato quel momento, non sembra che lo stregone sia arrivato perché giunto al punto giusto nel tempo prestabilito. Al contrario: egli ha portato la vittoria proprio quando questa speranza è nata nel cuore degli ultimi combattenti del fosso. Proprio quando il Re che voleva salvare il suo popolo ha deciso di morire per esso.

È come nelle grandi storie, quelle che contano davvero. Erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte; ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra, anche l’oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso.”

Dice Sam poco dopo. Vicini alla sofferenza, nel mezzo del cammino pieno di pericoli, prossimi alla fine dei tempi e in procinto di affrontare il male assoluto, gli Hobbit trovano il loro “eppure”.

C’è del buono in questo mondo, padron Frodo: è giusto combattere per questo!

La speranza divampa” dirà Gandalf tra qualche ora nella storia, e in un altro film, e quel momento sarà possibile perché è stata alimentata dai fatti de Le due torri.