Quello che so per certo è che c’è una cosa che io devo alla Disney: aver dato forma alla mia fantasia e immaginazione” è la parte più accorata della conferenza stampa di Raya e l’ultimo drago, disponibile su Disney+ dal 5 marzo con accesso VIP e al cinema appena sarà possibile. A parlare è uno dei molti autori, uno dei registi, Carlos Lopez Estrada, e continua: “Spero davvero che Raya faccia questo per le nuove generazioni, ma in fondo anche per le vecchie”.

Eppure Raya non ha niente di tradizionale, proprio non sembra un cartone classico Disney, per quanto qualcuno ci tiene a ricordare che “Comunque Raya è pur sempre una principessa in un film Disney, eh!

C’è bisogno di sottolinearlo perché tutto il resto è lontano dal classico. C’è un mondo fantastico che invece di ispirarsi alla tradizione europeo/celtica, come spesso avviene, attinge al mondo del sudest asiatico, ci sono cinque regni, una pietra da ricomporre, una pace tra popoli da ricostruire per ritrovare un padre trasformato in pietra anni prima. E c’è un drago, l’ultimo rimasto, risvegliato. Doppiato da Awkwafina.

Alla fine è un film sul senso di fiducia” dice Don Hall, altro regista “Raya ha il peso del mondo sulle sue spalle e deve imparare a fidarsi. Capiamo perché non si fida degli altri ma anche perché deve imparare a farlo”. Il messaggio non potrebbe essere più evidente e in vista. Un mondo separato, popoli che litigano, l’esigenza di comporre una pace di fronte ad una minaccia più grande. Sembra un film scritto dopo la pandemia invece la lavorazione è partita 5 anni fa.

La produttrice Osnat Shurer ha un concetto che davvero tiene a usare come bandiera del film e che ripete due volte: “Siamo stati ispirati da un viaggio fatto nel sudest asiatico, un posto in cui il noi è più importante dell’io”.

Ovviamente è una storia al femminile, una storia di rapporti difficili e di due ragazze che devono superare la maniera di confrontarsi e opporsi che gli è stata instillata dalle famiglie (ma in senso più lato dalle culture di provenienza). Imparare a fidarsi come dice Don Hall, perché inizialmente, da piccole, una tradisce la fiducia dell’altra e da grandi si ritrovano contrapposte. L’ha co-scritto una delle due sceneggiatrici di Crazy Rich Asians, Adele Lim, che conferma l’idea di superare il concetto di villain tradizionale: “Namari è più interessante del solito villain, volevamo che contribuisse alla storia. L’amicizia con Raya diventa inimicizia e poi deve risolversi, sono attratte e respinte l’una dall’altra. Lei è il rovescio della sua medaglia”.

L’amicizia tra personaggi femminili non è frequente a Hollywood”, lo dice la stessa produttrice Osnat Shurer, “ma questa è stata una scelta naturale, non un’imposizione”. Come lo è stato, a detta di tutti, il fatto di ambientare il film in un sudest asiatico immaginario. “Nessuno voleva ottemperare ad una lista di cose decise prima di scrivere la storia” dice l’altro sceneggiatore Qui Nguyem, confermando la linea ufficiale Disney: il film è ambientato in Asia e ha protagoniste femminili perché era naturale vista la storia e assolutamente non perché sia conveniente.

Nei prossimi giorni vi proporremo le nostre interviste con i realizzatori.

raya poster