Scordato è disponibile su Amazon Prime Video.

Con Cento domeniche Antonio Albanese è tornato nella sua Olginate, piccolo comune in provincia di Lecco che gli ha dato i natali e in cui ha fatto le prime esperienze lavorative. La storia di finzione del film parte da uno spunto semi autobiografico. C’è un operaio in pensione (come poteva essere lui se non avesse incontrato il teatro) che perde tutto a seguito di un crack bancario. I luoghi sono gli stessi di quelli della sua vita, le persone più o meno, i fatti inventati. Un film pieno di una malinconia (e una rabbia che abbiamo già analizzato qui), ma anche molto sincero e personale. 

Dopo averlo visto è tornato alla mente Scordato, di Rocco Papaleo, arrivato al cinema qualche mese prima. Un’operazione che per molti versi è simile. Per girare quel film anche lui è tornato nel suo paese di origine, Lauria in Basilicata. Ha portato con sé il personaggio di Orlando: un accordatore di pianoforti. Papaleo mette in lui le sue due anime. Lo fa letteralmente con una versione più giovane che appare come una visione portando energia e ironia. La seconda versione è la sua declinazione più matura e pensierosa.

La trama viaggia per i propri binari di fantasia, ma è ben radicata nei posti veri e nei nomi delle persone che li hanno segnati. Gli omaggi sono sui muri, come quello a Rocco Scotellaro, o nei discorsi della gente. Un ritorno a casa malinconico. Un vestito però su misura rispetto al suo autore. In cima a una carriera matura, come Albanese, è un volto toccato dal tempo che ha smesso di cercare i sorrisi. 

Non sono gli unici. Paola Cortellesi racconta la violenza sulle donne e l’impegno civile in C’è ancora domani. Claudio Bisio ha diretto un film sul rastrellamento del ghetto ebraico (L’ultima volta che siamo stati bambini) e Massimo Ceccherini ha contribuito alla sceneggiatura di Io capitano. Viene pertanto spontanea una considerazione: i comici italiani hanno smesso di far ridere. Ora cercano la malinconia.

Scordato: alla ricerca dell’armonia (e della memoria)

La trama di Scordato è inutilmente stratificata. C’è un accordatore di pianoforti, si chiama Orlando. È furioso ma non lo dà a vedere. La rabbia soffocata per un passato che lo tormenta gli provoca costanti dolori, tenuti a bada con un po’ di erba. Si invaghisce di Olga, una fisioterapista incontrata durante un’accordatura. Olga ha molti talenti, sa anche cantare molto bene. Olga è Giorgia. Già, proprio lei, la cantante. 

A partire da questa bizzarra scelta di casting – che funzionerebbe abbastanza se non fosse che è impossibile non vedere la cantante al posto del personaggio – si capisce come è concepito Scordato. Un tentativo di mettere insieme più suggestioni possibili, buttare nel calderone tutte le migliori idee che ha trovato senza preoccuparsi di amalgamarle. Si accenna a una riflessione sugli anni della lotta armata, sull’Italia politica che coinvolgeva tutti in tensioni, ma anche in uno spirito famelico di costruzione della nazione secondo i propri ideali. 

Scordato

Tutto questo è stato “scordato”? Sembra chiederselo il film attraverso Orlando che di rimossi e non detti è pieno. Poi c’è anche una storiella d’amore, a metà tra la realtà e il mistico, che poco appassiona. Scordato è infine il pianoforte e il protagonista. Un oggetto con una nota che non si aggiusta e un uomo che non riesce ad andare in armonia con il resto del progresso. Quello continua imperterrito anche per chi non riesce a staccarsi dai propri traumi di ieri. 

Un bilancio artistico

Scordato è molto più interessante come bilancio di una carriera. Papaleo lavora con gli strumenti attoriali che gli sono più propri. Ci sono molti palcoscenici e c’è la musica. Spesso sullo sfondo, non manca in nessuna delle scene chiave. 

La missione di recuperare una fotografia della giovinezza per confrontare il fisico di un tempo con quello di oggi e correggere i difetti posturali è più psicanalitica che reale. È un attore e regista che si guarda dentro e non prova nemmeno a celare l’impianto terapeutico dell’intera operazione. Si torna al paese di origine. Si cammina con i propri personaggi in un finale che riecheggia quasi quello del Sol dell’avvenire di Nanni Moretti. Non stupisce che entrambi i film siano stati concepiti in tempo pandemico. 

Scordato sa proprio di film scritto con la mascherina a fianco. È quasi un testamento per come vuole chiudersi senza risate, ma con grande orgoglio per ciò che è stato. Tutto questo c’è nelle inquadrature, arriva molto poco a chi guarda. Non privo di ironia il film usa i meccanismi comici volutamente al minimo.

Tutti i sorrisi non arrivano da effettive trovate o da gag riuscite bensì dalle esilaranti reazioni di rabbia. L’Orlando di Papaleo è il classico personaggio infastidito da tutto. Eloquio tranchant e una gran voglia di non essere avvicinato. Ha un punto di vista ben preciso sulle cose e ci tiene a farlo sapere. Il suo percorso è di riconciliazione con un passato che sembrava ideale e che invece non lo è. Un grande nemico che si porta dietro. Cambia poco la sua fama rispetto alle altre persone, ben diverso è lo spirito con cui sta in quel modo alla fine. In armonia, finalmente, o forse fieramente stonato

Pur animati da spiriti diversi i comici stanno raccontando l’Italia muovendosi fuori dalle grandi città, andando sui binari e nei paesini. Lo fanno con una grande malinconia e uno spirito riflessivo che lascia la commedia più scanzonata da parte. Come se le cose di cui riuscivamo a farci beffa e a stemperare con l’ironia ora fossero troppo pesanti per accoglierla. Sono finiti i soliti personaggi comici, travolti dalla maschera di chi si è guardato dentro, o nelle strada, ha visto con i suoi occhi qualcosa che non ha gradito.

Ha avuto un’intuizione triste e ha smesso di ridere. 

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