Non è certo la sfumatura quel che interessa a 12 Soldiers, film che racconta del primo contingente mandato in Afghanistan dopo l’11 Settembre. Storia vera di un commando che combattè per primo i talebani in un luogo sconosciuto di cui non sapevano nulla e del quale erano i primi a comprendere le difficoltà. Lo fecero assieme ai locali afghani opposti al regime dei talebani, per i quali per l’appunto non c’è molto beneficio di complessità: sono vestiti di nero, hanno sempre e solo espressioni aggrottate ed entrano in scena fucilando donne colpevoli di aver studiato. 12 Soldiers non è quello, non è cinema equo con tutti e rispettoso, ma cinema solido, un blocco di granito che non usa il film per veicolare idee politiche, ma che usa quelle idee manichee per migliorare il film, per dargli la coerenza e l’inscalfibile certezza non tanto dei fatti ma delle virtù.

Nonostante la storia sia vera, tratta dal libro Horse Soldiers di Doug Stanton, l’operazione degli sceneggiatori Ted Tally e Peter Craig (rispettivamente scrittori di Il Silenzio degli Innocenti e The Town), è di far slittare il prima possibile le vere persone in archetipi, creare un western afgano contaminato del cinema di guerra in stile Milius. Prima dei fatti vogliono raccontare gli istinti e i grandi principi, per questo sono lieti di mettere tutto il male da una parte e tutto il bene dall’altra se in cambio ottengono personaggi titanici in un contesto inimitabile. Insomma cercare del politicamente corretto sarebbe un errore dello spettatore, 12 Soldiers non nasce per quello ma per parlare di uomini.

Accade così che il commando dei 12 forti del titolo originale, nonostante siano americani armati fino ai denti (con tanto di aiuto satellitare per i bombardamenti), subirà una trasformazione e ben presto arriverà a capire che in quel luogo la sofisticazione e la tecnologia serve a poco. Finiranno a combattere i carri armati talebani a cavallo (nonostante alcuni di loro nemmeno ci sappiano andare). In pratica essi stessi passeranno dall’essere personaggi del cinema di guerra (con famiglia a casa regolamentare) ad essere personaggi western.

E benchè ci riesca molto bene, quel che impedisce al film di essere un piccolo gioiello è (oltre alla sua lunghezza) anche l’uso decisamente poco creativo dei suoi attori. Sceglie innanzitutto di sottoutilizzare Michael Shannon, mettendolo nella stessa posizione degli ufficiali a terra in Top Gun, attendere, guardare e approvare con sguardi durissimi, mentre a Michael Peña affida il suo solito ruolo simpatico, spalla di Hemsworth, il leader naturale. Per fortuna il suo meglio 12 Soldiers lo dà nelle battaglie, molto ben orchestrate e raccontate, dense di eventi, svolte e virtù narrative, quando fischiano le pallottole ed esplodono le bombe sembra di vedere davvero il film migliore da ogni punto di vista.

Non mancherà a questo proposito la contrapposizione tra la morale dell’esercito, quella del ridurre le vittime e bombardare chirurgicamente, e quella del generale locale cui si appoggiano, tutto infervorato dall’idea del guerriero più che del soldato, l’uomo che non cerca di ripararsi ma che sfida la morte con coraggio, che non pianifica e non tenta di minimizzare i danni ma intende la guerra come una filosofia. Saranno i due comandanti ad incarnare le due filosofie e si intuisce che tra i due dovrebbe anche nascere un rapporto virile quasi commovente, proprio in stile Milius, pieno di rispetto al di là delle barriere (“Tu hai i tuoi uomini a difenderti, io solo Dio” gli dirà ad un certo punto). Non siamo a quelle vette ma ce n’è a sufficienza per intravedere dietro la storia vera un vero spirito.