Erano anni che non si vedeva (in sala) un horror brutto come 1303.

Un po' per il fatto che quelli italiani sono sempre meno, un po' perchè abituatosi il pubblico a quelli asiatici c'erano più fonti a cui attingere (cosa che ci ha consentito di non dover per forza raschiare fondi di barili qualsiasi) e un po' perchè con il ridursi dei costi di messa in scena gli horror, che sono il prodotto indipendente per eccellenza, avevano leggermente migliorato la qualità media.
1303 invece ci riporta indietro di molto tempo, ai filmacci senza un perchè, partoriti da un generatore automatico di sceneggiature e poi peggiorati in fase di realizzazione.

La storia è quella di un appartamento maledetto in cui una bambina si suicidò tempo addietro e i cui nuovi occupanti, di conseguenza, si suicidano dopo orrende visioni. Al centro di tutto c'è una famiglia, madre più due sorelle adulte, rapporti difficili, egoismi, amanti e in mezzo l'appartamento che ammazza tutti.
Quel che rende 1303 un brutto horror ovviamente è l'incapacità di generare paura in maniera credibile e concreta, butta via le occasioni più succulente e genera una serie di momenti imbarazzanti, ma quel che invece lo rende un pessimo film è il quoziente di amatorialità di tutti i reparti, la difficoltà nel raccontare le cose più elementari unita alla volontà di mettere in scena personaggi eccessivi e clamorosi. Un connubio mortale di volontà e pessimo gusto.

Come nei casi più esilaranti 1303 non riesce mai a costruire quel che desidera mettere in scena, dunque qualsiasi improvvisa rivelazione, colpo di scena o momento cruciale suona improvvisato e fine a se stesso, come fosse slegato dal resto del film, e ogni personaggio sembra vivere unicamente per morire in modi teoricamente truci ma praticamente comici. Perchè nulla è più involontariamente comico della continua ripetizione di un espediente narrativo che non funzionava già la prima volta e dalla seconda in poi non fa che offrire il proprio fianco alla ridicola esposizione di quei difetti che lo rendono innocuo.