Hao Wu, Weixi Chen e un co-regista, che ha preferito rimanere anonimo, trasportano gli spettatori nella realtà quotidiana della prima comunità che ha affrontato le conseguenze del Covid-19 con 76 Days, documentario presentato in anteprima al Toronto Film Festival, proponendo il ritratto di un’umanità confusa, ferita e incredibilmente resiliente concentrandosi su quello che accade all’interno degli ospedali di Wuhan e ad alcuni cittadini.

Il progetto, che non ha ottenuto l’approvazione da parte del governo cinese, si avvicina con grande sensibilità alla sofferenza tramite dei piccoli ritratti dei medici e dei pazienti, dagli anziani intubati a quelli che cercano in ogni modo di andarsene dalla struttura medica, senza dimenticare di dare spazio a una coppia di giovani genitori separati, a causa della quarantena, dalla loro neonata.

Dopo le prime sequenze all’insegna della tensione e del caos, con i malati accolti in gruppi numericamente molto ridotti e chiusi a chiave all’esterno dei corridoi dell’ospedale, 76 Days mostra ben presto il lato più umano della pandemia con medici dai camici con scritte rassicuranti o che ricorrono a espedienti come un guanto dal volto sorridente disegnato per tenere compagnia a un’anziana intubata per non farla sentire sola, infermieri che cercano di rassicurare i pazienti mantenenedo telefonicamente i contatti con le loro famiglie o devono prendersi cura degli effetti personali di chi ha perso la vita, fino a un anziano che non accetta di buon grado l’idea di rimanere in ospedale non avendo sintomi particolarmente duri, passando per coniugi divisi e giovani sposi che diventano genitori nel momento peggiore, rimanendo così distanti dalla figlia per oltre quattordici giorni.
Il mosaico di vite e drammi, piccoli e grandi, scandisce un tempo dilatato ricco di alti e bassi, vittorie per ogni paziente dimesso e sconfitte quando qualcuno perde la vita a causa del virus, non dimenticando nemmeno chi prende la decisione “eroica” di diventare volontario nel momento peggiore della città e dell’intero mondo.
Nonostante non si possa conoscere il passato o la situazione delle persone coinvolte nel progetto diventa quasi impossibile non provare affetto nei confronti della “nonna” che può solo annuire con la testa e cerca in ogni modo di non restare sola, dell’anziano e fiero membro del partito comunista che fa impazzire chi divide la stanza con lui e l’intero staff medico, o della giovane madre piena di ansia che vorrebbe solo avere il proprio marito accanto mentre sta per dare alla luce la loro prima figlia.
Il progetto enfatizza la grande dignità e la forza interiore di tutte le persone ritratte, mostrando i piccoli gesti all’insegna dell’empatia e della sensibilità che fanno la differenza in un momento storico in cui aiutarsi e sostenersi a vicenda diventa essenziale. La realtà di una città in lockdown diventa così quasi secondaria, mostrando solo a tratti i cittadini che cercano di adattarsi ai nuovi modi per ottenere i beni di prima necessità o che attendono di poter finalmente spostarsi senza limiti.

Le scelte compiute dai registi sono comunque destinate a lasciare il segno per la capacità di mostrare il lato migliore degli esseri umani di fronte alle avversità. 76 Days non eleva nessuno a “eroe”, ma è impossibile non considerare quasi eroica la compostezza di chi ha il difficile compito di consegnare ai parenti gli ultimi averi di una persona amata ritornando poi subito al lavoro, aspettando un ascensore con un camice storto, le spalle un po’ incurvate e in quel silenzio carico di significato prima di ritornare al proprio lavoro ed entrare in contatto con chi è in lutto e per cui ogni piccolo oggetto, che si tratti di un cellulare con le foto della propria famiglia o un bracciale, diventa l’ultimo legame con chi se ne è andato senza nemmeno poter dare un abbraccio di addio.