Non è l’apocalisse che ha svuotato le città dagli esseri umani, che li ha decimati e costretti a vivere come barboni silenziosi a rendere a A Quiet Place uno dei migliori film di tensione dell’ultimo anno, nemmeno il mistero intorno alla minaccia che ha causato questo mutamento e che obbliga tutti a non fare il minimo rumore, ma le molte maniere in cui il buon padre della famiglia che seguiamo ha modificato la vita sua e dei suoi familiari per poter vivere nel silenzio. È insomma prima di tutto una questione di scrittura A Quiet Place, film che trasforma un’idea di regia (lavorare sull’assenza di suoni e quindi sulle immagini) in una di trama (la minaccia per i protagonisti viene proprio dal sonoro) e che, nonostante il suo voto di silenzio rotto solo occasionalmente con buone ragioni, ha nella regia un buon servo della sceneggiatura.

Infatti è lo script che Bryan Woods e Scott Beck hanno scritto assieme a John Krasinski (attore protagonista oltre che regista) a partire da una loro storia a fare la differenza in questo film che una volta sarebbe stato tranquillamente definito un B movie, perché decisamente più concentrato sull’azione che sullo sviluppo dei personaggi, mentre oggi è un ibrido, quasi un’operazione d’autore in cui ad una trama riassumibile in una riga sola viene affiancato uno sviluppo articolato più che convincente.

Ovviamente al centro di tutto ci sono questioni familiari e rapporti padri/figli, ma è più la benzina che alimenta la fiamma che la fiamma in sé. A Quiet Place non vuole mai essere davvero un film sulla famiglia o sulla perdita, ha semmai la fierezza di essere un film di tensione, in cui ogni svolta e ogni nuova minaccia è accompagnata da un rimedio differente approntato dai protagonisti per non morire. Questo dà ad ogni singola scena una dinamica e un ritmo diversi, impedendogli di ripetersi e tenendo sempre lo spettatore sulla corda.

Per questo, nonostante segua con diligenza la scrittura, ciò di cui c’è più da essere sorpresi è la regia di John Krasinski, attore emerso con The Office e qui al terzo film diretto, capace di comprendere subito come questo progetto in cui il silenzio è protagonista di ogni scena di suspense debba in realtà vivere molto più di soluzioni visive che uditive. Non sarà mai il sonoro infatti a scandire le scene di suspense ma semmai i diversi piani dell’immagine, come i personaggi entrino ed escano dalle inquadrature in maniere sempre sorprendenti e come piccoli indizi ben dosati svelino o carichino la suspense, un chiodo appuntito lasciato lì per dopo oppure il pancione di Emily Blunt, in sé una promessa di rumore, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere.