Fin dalle premesse, L’angelo del male – Brightburn pone indirettamente allo spettatore una domanda: e se Superman fosse stato cattivo? Il film diretto da David Yarovesky e prodotto da James Gunn non ha alcun collegamento con l’Uomo d’Acciaio, ma i riferimenti impliciti sono ovunque. Simboli, ambientazione, capacità sovrumane, tutto ci riporta alla fondazione di Superman come bravo ragazzo di Smallville prima che come eroe di Metropolis. Nelle mani di questo piccolo horror quella premessa è ribaltata. Così Brightburn oscilla tra la variazione sul tema dei supereroi e il classico horror che elabora l’accostamento tra possessione demoniaca e bambini.

Ci troviamo in una fattoria in Kansas. Tori e Kyle Breyer (Elizabeth Banks e David Denman) non riescono ad avere figli, ma il loro desiderio viene apparentemente esaudito quando dal cielo cade un oggetto che contiene un neonato. I due lo crescono come loro, finché circa dieci anni dopo qualcosa sembra mutare. Dalle premesse è evidente la volontà da parte degli sceneggiatori Mark e Brian Gunn di giocare su un what/if non dichiarato. Non una palese alterazione delle origini di Superman come poteva essere Red Son di Mark Millar, ma una variazione che permetta loro di essere abbastanza riconoscibili, pur potendo agire con un certo margine di libertà.

La portata traumatica della storia viene ridotta, ma la struttura da horror rimane intatta, e guida la vicenda dall’inizio alla fine. Non mancano alcune ingenuità da horror, comportamenti poco logici, accelerazioni nella trama che non permettono di apprezzare del tutto lo slittamento nella caratterizzazione del protagonista, frenate nell’intreccio che servono a riportare tutto ad una situazione di equilibrio. A tutto ciò Brightburn contrappone un’iconografia volutamente derivativa, che serve a non farlo coincidere del tutto con un horror, ma a ricordarci le radici da supereroe (o da supervillain in questo caso). Ecco quindi simboli, mantelli, una maschera inquietante, perfino il nome Brandon Breyer che con la doppia iniziale ci ricorda il nome di tantissimi supereroi.

Il giovane Jackson A. Dunn è un volto perfetto per il ruolo che deve interpretare. Elizabeth Banks supporta i momenti più emotivi del film, e riesce a dare credibilità al proprio personaggio anche quando i comportamenti di questo sfidano la logica o è costretto a pronunciare battute non proprio irresistibili. Per quanto riguarda il versante orrorifico, Brightburn parla un linguaggio basilare, fatto di jumpscare e lampi di violenza visiva. Funziona meglio sul non detto, su ciò che rimane celato nella genesi del personaggio e nel motivo del suo agire. In questo, cinematograficamente, è come detto già più figlio di quel filone horror che accosta bambini e forze diaboliche. Riferimento principale sarebbe Il presagio: in fondo – e questo chiude il cerchio – se Superman può essere accostato ad una figura cristologica, è anche logico che il suo opposto, come in questo caso, possa essere una variazione sull’Anticristo.

Brightburn non è dunque un film sottile o particolarmente elaborato, ma nell’accostamento tra le sue due anime, quella di superhero e horror movie, riesce a trovare un proprio senso.

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