Un plotone di donne si avventura in una zona contaminata da una presenza aliena in cui non sanno cosa troveranno, con l’obiettivo di recuperare o ritrovare i resti di una squadra di uomini andata lì mesi prima e mai tornata (o quasi).
Cosa possiamo dire sia naturale e cosa invece possiamo dire non lo sia?

È di nuovo questa la domanda che si pone Alex Garland dopo Ex Machina.

E se esistesse qualcosa di diverso dalla vita come la concepiamo l’accetteremmo?

Sono tutti interrogativi pesanti e molto dichiarati che schiacciano il film obbligandolo a un’eccellenza cui non arriva mai. Anzi, sotto il peso di questi interrogativi, Annientamento finisce per essere decisamente irrisolto.

Estasiata, spaventata, incuriosita e poi intimamente turbata, la professoressa di biologia con un passato militare di Natalie Portman è la testimone di questa nuova maniera di intendere l’esistenza. A metà tra la fascinazione di Arrival (quella scientifica, radicata nelle nozioni e non solo limitata a ciò che appare) e l’incognita di Ex Machina, Annientamento è un film di stupore e contemplazione che ricorda più Stalker di Tarkovsky che un film di guerra o di fantascienza d’azione, ma senza quella capacità di lasciar intuire qualcosa oltre ciò che vediamo. Qui, come tipico del cinema americano, l’immaginazione lavora sull’evidenza, su quel che si vede grazie alla post produzione digitale e non su quel che si intuisce. E proprio per questo doveva fare molto di più così.

Il paesaggio di Annientamento è fatto di creature ibridate in modi impensabili (animali con piante, umani con alberi), di fiori e costruzioni imprevedibili (alcune piante fuse con la parte di DNA umano che regola la morfologia del corpo sono cresciute assumendo la forma di uno scheletro e ricordano le statue inermi di The Witness, testimonianze di una vita che pare tendere a noi e dirci qualcosa senza farlo mai), un posto in cui dietro ogni porta ci può essere qualcosa di impensabile e nel quale, come fossimo in un videogioco, schede di memoria registrate da qualcun altro e lasciate lungo il percorso lanciano sprazzi di follia passata di lì. È evidente che Garland vorrebbe creare una storia che ci parli della nostra inadeguatezza, dei nostri limiti e del dolore del cambiamento, trasformarsi uccidendo una parte di sé per accogliere quella nuova. Del resto il film promette fin dal titolo di esplorare il confine strano e familiare tra l’estasi e la prospettiva della nostra fine.

Tuttavia la maniera in cui lo fa, puntando sulla meraviglia del bello e mortale, sui fiori di giorno e le bestie mutate di notte, non riesce mai davvero a mantenere tutte queste promesse. Mai qualcosa di questo film che punta tutto sullo stupore della visione ci colpisce realmente, dei molti incontri delle scienziate nulla rimane impresso nella memoria perché nulla riesce ad essere significativo oltre che bello. C’è più mistero, fascino e ancestrale senso di timore in una creatura di un film di Guillermo Del Toro, di tutte quelle viste in Annientamento. E anche l’idea che nel finale cerca il salto ancora più in alto nel campo del metaforico, tra il doppio, le vite alternative e la paura di sé, sembra sempre di averla vista fatta meglio altrove (forse non casualmente nei videogiochi).