Appena un minuto, di Francesco Mandelli – la recensione

Inizia stranamente forte Appena un Minuto, annunciando molte delle sue aspirazioni e dei suoi modelli ma anche toccando, proprio nella prima scena, il proprio apice. Vediamo la stanza di un bambino e la mamma che viene a svegliarlo nel letto. Lo vediamo anche rannicchiarsi ma nell’inquadratura dopo è adulto. È Max Giusti con un pigiama da bambino che vive ancora (o meglio, di nuovo, dopo il divorzio) con la madre che lo sveglia mettendo le canzoni di Nino D’Angelo. È un’introduzione ai personaggi perfetta ma non si ferma qui. Ambienti e costumi sono di una pregnanza rara, non il solito convenzionale inquadramento ma uno precisissimo che si arricchisce quando telefona il padre, con un telefono vecchio stampo dal bagno di casa sua in vestaglia e occhialoni.

Precisione di messa in scena, riferimenti e recitazione ma anche capacità di creare un pugno di immagini che dicano tutto sui protagonisti. Raro. Sembra un incrocio tra Virzì e i migliori Vanzina. Il resto del film non sarà a questo stesso livello e come ispirazione (fortissima) rimarranno solo le pellicole più leggere e personali dei fratelli Vanzina.

Da loro questo secondo film di Francesco Mandelli prende l’unione di uno spunto all’americana (finito in un negozio di cinesi, il protagonista compra un cellulare a costo bassissimo che contiene un’app che gli consente di tornare indietro di un minuto ogni volta che vuole) a una caratterizzazione molto precisa e molto italiana, tutto condito con una passione irrefrenabile per i riferimenti instant e la voglia di puntare sugli attori, sul loro contributo comico e sul loro stile, piegando i personaggi a loro e non viceversa.

Come nei film di Wes Anderson sembra che ogni comparsa sia una guest star. Peccato che il film non faccia un buon lavoro con loro: non solo non recitano al medesimo livello degli altri, ma spesso sono usati pretestuosamente (come Tardelli in veste di spirito guida, che scimmiotta male il segmento incredibile di Panatta in La Profezia Dell’Armadillo). Sono l’emblema della difficoltà di Appena un Minuto di muoversi, andare avanti, imbastire con asciuttezza un intreccio.

E dire che invece Max Giusti rivela un corpo, un volto e un fisico strani e inusuali proprio per la loro quotidianità. Si rivela a sorpresa un everyman ordinario e italiano, molto più credibile di quanto non lo siano solitamente gli attori di commedia, protagonista remissivo con occasionali stoccate.

Ma del resto dei fratelli Vanzina questo film ha anche i difetti. Accade così che già a metà, quando comunque il ritmo si era acquietato e si era fatta avanti la sensazione che la storia non avesse chiaro come muoversi e dove andare a parare, lo spunto iniziale viene perso e dimenticato. Sarà poi ritirato fuori per il gran finale, ma l’impressione è che Appena un Minuto non abbia la forza di tenere tutto insieme, spunti e conseguenze, primo atto e terzo atto, con coerenza e precisione. Il film slitta in un altro mondo, perde di mordente e i personaggi di credibilità. Certo qualche gag riuscita c’è sempre, come ad esempio il finale con la trap (ma del resto tutte le caratterizzazioni del film sono efficaci, va detto), tuttavia il culto della semplicità propugnato non riesce a farsi universale, non riesce ad astrarsi dal film e parlare davvero in modi semplici a tutti.

In questo senso è un fallimento, eppure rimane l’idea che Francesco Mandelli sia un regista migliore di così.