Per tutto quello che mette in campo, per la quantità assurda di eventi, location, personaggi, situazioni, obiettivi e scontri che Aquaman racconta, 143 minuti sono pochi. James Wan riesce a raccontare tantissimo e con grande essenzialità nelle due ore e venti di un film che, letteralmente, cresce in dimensioni lungo tutta la sua durata, fino a che l’indicatore raggiunge il livello “Michael Bay” di titanismo, furia, rumore, musica, creature marine, eserciti e scontri. Anche per questo Aquaman è un prodotto particolare che per molto del suo minutaggio non somiglia nemmeno a un film di supereroi ma indossa generi diversi, se li prova addosso, li scarta e continua a cambiare abito finendo sul fantasy megalomane in stile Il Signore degli Anelli – Il Ritorno Del Re.

Quella pilotata da James Wan è una macchina che diventa così gigantesca da riuscire ad un certo punto a far dimenticare i problemi che lo affliggono con il suo incedere da schiacciasassi. In primis un comparto di effetti digitali non sempre all’altezza di quel che tenta, tra attori ringiovaniti (non Nicole Kidman, che è identica a prescindere dagli anni del suo personaggio perché sì), classici green screen e molta acqua digitale. Stesso dicasi per la scrittura. Aquaman è presentato con un’esagerata insistenza sulla coolness tutta chitarre elettriche, sguardi in camera e battute arroganti pronunciate dopo con carrello a stringere sul volto sbruffone, così tanto che per la sua sicumera e prosopopea inizialmente non è difficile finire a tifare per quelli che ci sono presentati come i villain principali del film (e invece sono solo alcuni dei molti). Eppure questo film si agita così tanto, si adopera così tanto, che anche quando non finisce a segno il risultato rimane uno spettacolone clamoroso.

Dopo due ore e mezza tiratissime tra acqua, terra, sabbia e primi piani di un Dolph Lundgren con barba e capelli mossi dall’acqua che regge comunque sempre più di tutti, l’impressione è di essere stati con Aquaman per una serie tv intera, di averne seguito l’impresa così a lungo da essere stati testimoni di un’evoluzione da metallaro refrattario alle responsabilità, anarchico e amante di birra e scazzottate, a uomo all’altezza del suo rango, tutto attraverso un’avventura tempestata da un’impressionante numero di ralenti con spruzzi d’acqua nello sfondo che paiono presi da una pubblicità di un docciaschiuma rivitalizzante.

Aquaman spiazza, principalmente perché sembra tarato sul modello dei blockbuster cinesi (non stupisce quindi il successo in oriente). Ne ha la lunghezza e le proporzioni, gli amori, gli umori, lo schematismo molto rigido e tradizionale uomo/donna, la ricerca di una coolness esagitata, il culto della forza in tutti i suoi aspetti (la forza degli allenamenti contro quella della natura, quella dei mostri e quella delle armi) e del rapporto maestro/allievo, la scansione in più dei canonici 3 atti e poi anche il design dei mostri e i continui cambi radicali di location.

Evidentemente è un film che può facilmente andare di traverso: può scontentare chi si aspetta qualcosa di realmente serio e adulto, perché invece somiglia più a un bambino ricco e non troppo acculturato che gioca con giocattoli costosi e grandissimi. Però nella sua furia e nella sua grandezza è un film oceanico che trascina con gusto barocco come sanno fare i grandi kolossal, anche quando hanno problemi.

Se lo si prende per il verso giusto Aquaman è un tour de force incredibile che riempie gli occhi e sa passare da intrighi di re, regine ed eserciti del fantasy puro, agli agguati dei mostri nel buio dell’horror (il momento migliore, non a caso visto chi dirige) a un incredibile viaggio alla ricerca di tesori nel deserto come in Uncharted accompagnato da un remix di Africa dei Toto che grida vendetta. James Wan insomma associa anche l’inassociabile e a un certo punto il divertimento per l’assurdità di quel che accade si mescola a quello per l’epopea di Aquaman, fino a che non è più possibile scindere le due cose.