Dopo la morte di Krzysztof Kieślowski, due sue sceneggiature sono state portate sullo schermo (con risultati mediocri) da Tom Tykwer e Danis Tanovic. Ma, in realtà, sembrerebbe proprio che il vero erede del maestro polacco vada ricercato in Messico. Alejandro González Iñárritu sembra infatti uno dei pochi registi al mondo a poter raccogliere il testimone, grazie a pellicole in cui storie diverse si intrecciano in maniera sorprendente e i personaggi riescono ad entrarci nel cuore.
La prima parte di Babel è semplicemente straordinaria. La tensione che il regista riesce a creare è a tratti insopportabile (penso soprattutto a quando vediamo Cate Blanchett sul bus, una scena sconvolgente), così come la capacità di descriverci i personaggi rapidamente e senza troppi fronzoli.

Ma non sono solo i protagonisti ad apparire avvincenti, ma anche i Paesi e le terre lontane in cui avvengono le storie, dipinti in maniera ottima grazie al cibo, la musica e i colori, senza mai cadere nello stereotipo. A differenza di 21 grammi, dove conoscevamo praticamente tutta la storia dopo mezz’ora (rendendo pressoché inutile il resto), qui il tempo (e lo ‘sfasamento’ tra le diverse vicende) viene utilizzato in maniera efficacissima. E, nonostante buona parte della critica si sia soffermata sull’aspetto sociologico di queste vicende (come se il film dovesse raccontarci il mondo post 11 settembre), è bello vedere che l’episodio migliore è anche quello più intimo e meno ‘politico’, grazie al racconto delle difficoltà di una ragazza sordomuta giapponese.

Peccato che la seconda parte della pellicola non sia altrettanto convincente. Ma non si tratta di un crollo, perché Babel regge bene i suoi 144 minuti (anche se una leggera sforbiciata non avrebbe fatto male), quanto di una lieve discesa rispetto al livello della prima ora. Certo, alcune soluzioni di sceneggiatura non convincono del tutto (in alcuni casi, certe drammatizzazioni non sembrano molto credibili), una sorpresa nel finale non è veramente tale (basta fare attenzione durante il film) e il messaggio che ne esce fuori sembra un po’ troppo didascalico. Ma è impossibile sostenere che Iñárritu non si prenda dei rischi, in un panorama cinematografico sempre più anestetizzato, e che non sia un visionario di grande talento, in grado di emozionare attraverso le immagini (basti guardare i due ragazzini al vento nel finale).

Difficile pensare che questo titolo non dica la sua agli Oscar, almeno per quanto riguarda categorie come regia, montaggio o colonna sonora. Più difficile il compito degli attori, considerando che le ‘star’ Brad Pitt e Cate Blanchett hanno forse i ruoli più ingrati (in una storia che deve molto al Rossellini di Viaggio in Italia, ma che sembra più che altro un collante per le altre vicende, ben più interessanti). Fossi nei produttori, punterei forte sull’ottima Adriana Barraza, che fornisce una prova molto toccante nei panni della governante messicana.

Curiosità: se la piccola ragazzina bionda vi sembra una Dakota Fanning più giovane, non vi state sbagliando: è la sorella, che ha lavorato insieme a Dakota in diversi film…