Dafne non parla la lingua del cinema ma la propria e questo è il dettaglio più importante, quello che regge tutto il film. Donna affetta da sindrome di Down a cui nelle prime scene muore la madre, dopo iniziali smarrimenti e disperazioni inizia a reagire ma il padre non la segue. La loro quotidianità si fa difficile per l’incapacità di lui di andare avanti come sempre. Dafne però è molto combattiva, non sta zitta un attimo e vuole fare un viaggio a piedi in cui ritrovarsi. Praticamente glielo impone.

Senza la personalità di Dafne (interpretata da Carolina Raspanti) il film non avrebbe senso, anzi sarebbe un’ordinaria storia di difficoltà in cui il paternalismo è sempre dietro l’angolo. Invece con lei tutta l’esplorazione del paesaggio umano che sta nel suo mondo, la sua passione per il concetto stesso di lavorare, il luogo dove lavora, le persone che frequenta, diventano una storia in sé ben più appassionante di quella luttuosa che regge l’intreccio. Un paesaggio che stranamente è al tempo stesso molto ordinario e molto straordinario e sembra nascondere molte più storie potenziali di quel che vediamo.

C’è evidentemente un ribaltamento scontato al centro di tutto (lei è più sveglia e gradevole del padre, che invece è stato abbattuto dal lutto e pare avere un ritardo mentale), tuttavia il carattere del personaggio e la maniera in cui è interpretato, con quell’onestà, rendono tutto autentico invece che mieloso.
La svolta che Bondi imprime a questo film tramite il casting smarca la tenerezza (spesso Dafne è anche abbastanza fastidiosa e odiosa) e ci mette al livello dei personaggi, alla loro altezza. L’attrazione così autentica che Bondi ha verso Dafne è contagiosa e in un attimo diventa la stessa che ha anche il pubblico. Peccato che tutto questo venga perso nell’ultima parte della storia e in particolar modo nella chiusa, molto meno interessante della partenza.