Il solo fatto che Adele Tulli sia riuscita a realizzare un documentario sull’influenza che il gender ha nelle azioni e attività di tutti i giorni ha un che di stupefacente. Che poi questo documentario sia uno dei migliori dell’anno, dotato di un impatto visivo potentissimo, curato come raramente capita ai documentari italiani (troppi, troppo approssimativi, troppo affidati al contenuto) era davvero imprevedibile.

Raccontato con un’episodicità che ricorda Frederick Wiseman, che conduce il film attraverso una serie di quadretti, ovvero momenti separati tra loro che si svolgono in tempi e luoghi diversi, popolati da persone diverse tra loro, Normal cerca una vicinanza che Wiseman fugge. Molto più partecipe, molto più parziale (in ogni inquadratura il film ha ben chiaro con chi sta), Normal mostra ragazzi, ragazze, bambini, bambine, donne e uomini, quasi sempre separati in attività monosessuali (maschi che fanno cose da maschi e femmine che fanno cose da femmine). La maniera in cui li guarda quella in cui affianca questi quadretti dice tutto quel che c’è da dire e lavora nella testa dello spettatore.

Nonostante qua e là si conceda un po’ di ironia (come quando al raduno di biker delle famiglie incuoiate con bambini guardano rapiti delle lap dancer), nei suoi 70 essenziali minuti, Normal oscilla tra bambini e bambine educati e indirizzati verso determinate attività, adolescenti che spontaneamente interagiscono tra di loro seguendo certe regole, fino alla maniera in cui persone adulte sono intrappolate nei propri ruoli. Non segue propriamente la crescita degli esseri umani, ma il modo in cui il gender li influenza è più o meno quello.

Nell’immagine più bella del documentario un gruppo di donne fa aerobica all’aperto tutte con carrozzina, il dovere imposto dal proprio sesso che si agita dentro il desiderio di essere anche altro. Ed è proprio tra desideri indotti e spontanei che Normal infila tutte le sue immagini, parteggiando con una certa tenerezza per i soggetti principali ma anche lasciando sufficiente spazio perché ognuno prenda la propria posizione.

Peccato per un finale che cerca a tutti i costi la chiusa del ragionamento, levando un po’ di astrazione al documentario. Un’illusionista che prima si trucca e poi taglia in due una donna seguito da un’unione civile tra due gay, suggeriscono che il punto sia il concetto di normalità sessuale là dove invece le immagini del resto del film erano riuscite andate molto più in là.