Sacha Baron Cohen non ricicla mai una battuta o una situazione. Certo Borat gira sempre intorno al medesimo principio comico (in mezzo agli americani gira un personaggio proveniente da una cultura estranea che è la versione retrograda estremizzata della nostra) ma le trovate, le situazioni e anche le battute non si ripetono mai. In un mondo comico in cui i meccanismi sono sempre gli stessi, in cui vediamo ricicli e nuove versioni di vecchie battute o situazioni ironiche fino allo sfinimento, Borat è sempre originale.

Quando in Borat: Subsequent Moviefilm entra in un negozio d’abbigliamento con la figlia (il nuovo personaggio introdotto in questo film che lo aiuta a prendere di mira il maschilismo e il patriarcato) e chiede alla commessa: “Dov’è la sezione No significa sì?” e lei si fa una risata, sta usando la sua solita modalità espressiva, cioè introdurre qualcosa di estremo in una conversazione con fare molto naturale, al servizio di una trovata ancora nuova. E lo stesso avviene quando va a comprare una gabbia per la figlia da un venditore di gabbie. Ma pure le battute più normali, quelle che non dipendono dalle reazioni delle persone con cui Borat si scontra, suonano sempre fresche e provenienti da un bacino a cui nessuno ha mai attinto.

Stavolta Borat non arriva in America per rapire Pamela Anderson (idea fenomenale alla base del primo film) ma vuole regalare la figlia a Mike Pence e poi proverà a fare lo stesso con Rudy Giuliani, due esponenti del partito Repubblicano (uno è addirittura vicepresidente) all’ombra di Trump. Nella trama la figlia, che conscia della sua inferiorità di donna cerca un rapporto con lui, è il motore di tutto, il personaggio che farà un percorso di emancipazione paradossale da schiava alla catena fino a giornalista “brava quanto il padre”. Il punto però è sempre lo stesso: interagire con le persone comuni e mostrare quanto sia facile esporre il loro lato estremo davanti ad una videocamera.

Adesso però Borat è troppo noto e quindi deve travestirsi, cosa che porta al virtuosismo di un attore che recita un personaggio che recita un personaggio. Eppure le parti più incredibili non sono quelle ma quando Sacha Baron Cohen interagendo con persone che non hanno un copione ma rispondono spontaneamente, crea situazioni comiche che paiono scritte. È un modo di scrivere recitando e imboccando. Accade quando in una clinica antiabortista dice di voler levare il bambino dalla pancia della figlia. Loro intendono il pupazzo di un bambino che lei ha ingerito poco prima, il medico capisce altro e su vengono costruite una serie di gag da commedia degli equivoci esilaranti, in cui una delle due parti (il medico) non sta recitando.

È la maieutica di Sacha Baron Cohen, la sua capacità di tirare fuori uno sketch da gente comune solo tramite l’interazione, e spesso come per gli scherzi migliori l’umorismo sta già nell’idea, prima ancora di capirne gli esiti. Le situazioni che crea Borat: Subsequent Moviefilm già da sole dicono qualcosa che è così paradossale e al tempo stesso vicino alle idee più estreme che riesce a ribaltare le nostre previsioni e farci ridere con un concetto mai banale.

Certo questo umorismo basato sulla vergogna, sull’inadeguatezza e le figuracce ha proprio il sapore di metà anni 2000 quando andava molto di moda (con il primo film di Borat e con film di finzione come Superbad) e talmente tanto è stato abusato e visto, talmente tanto Sacha Baron Cohen stesso l’ha sfruttato al cinema con altri personaggi e in tv con Who Is America che Borat: Subsequent Moviefilm non può avere la forza e la freschezza del precedente. È impossibile. La testa, le idee e le trovate però ci sono. E se non può più mostrare la mostruosità dell’inconscio conservatore americano (perché ormai lo conosciamo bene), le strade che prende per mettere una luce sulla tolleranza nei confronti del patriarcato impressionano lo stesso.