La parte migliore del cinema dei Vanzina è che ogni scusa è buona per fare un film, non serve uno spunto particolare, basta intavolare situazioni e applicare il proprio stile, perchè il cinema non è soggetto ma sceneggiatura.

Stavolta lo spunto è il concetto di "un giorno nella vita di 7 personaggi", storie separate di vite separate con in comune nulla se non la consueta idea di cogliere lo zeitgeist nazionale (con rigorosa divisione per zone del paese) e la timidissima velleità di critica sociale fatta da in alto a destra. Il tartassato dall'ondata di controlli fiscali, il nobile decaduto anch'egli picchiato dal governo Monti, il tifoso scaramantico, il politico che per non essere indagato deve racimolare voti sufficienti, il fedifrago con escort e la donna-manager.

Il poster di Buona Giornata

Paradossalmente questo delle molte storie slegate, raccontate in poco tempo è il format che calza meglio il cinema esteticamente garbato e sottilmente volgare dei due fratelli. Saltellando tra 7 trame senza il peso di una sceneggiatura che debba incrociarne i flussi a tutti i costi, il classico film-Vanzina esce meglio, più ritmo, più onesta e più rapidità. Un collage di gag pure (la risata chiaramente non abita da queste parti, al massimo il sorriso), storie talmente brevi da lasciare margine solo a microframmenti comici, come lunghe barzellette.

Con un ottimo montaggio (rapido e sensato) e la consueta maniera con la quale i due registi lasciano ampio spazio ai singoli attori, in linea di massima comici o attori dalle forti inclinazioni per la commedia, alla fine da Buona Giornata se ne esce meno acciaccati del previsto.

La pedissequa ripetizione dell'usurato del già visto e della battuta prevedibile (quella che scatta in testa due secondi prima che sullo schermo), non cambia purtroppo, come nemmeno la generale sciatteria di messa in scena, eppure è impossibile negare che il cinema personale e identificabile dei Vanzina trovi in questa tipologia di lungometraggio una collocazione comoda e confortevole. Certo su sette storie alcune proprio non funzionano (è il caso di Diego Abatantuono settentrionale in Puglia o della donna manager di Teresa Mannino che smarrendo la tecnologia regredisce a clandestina) eppure i loro contenuti leggeri, autoreferenziali e citazionisti della commedia anni '50 (l'inizio con voce narrante che presentata Christian De Sica è il medesimo di quello di Permette Babbo!), calzano come un guanto questo film riempito all'inverosimile di storie diverse ma tutto sommato asciutto e scorrevole.