I film di Ostlund sono una questione tra uomini, hanno al centro uomini e hanno a che vedere con il problema principale che la società pone loro: il bisogno indotto di affermare il ruolo che il proprio genere impone in ogni contesto e il senso di vergogna scaturito dal non sentirsi o non essere all’altezza.

The Square usa la presa in giro del mondo elitario dell’arte moderna, con tutte le contraddizioni che conosciamo e le risacche di ridicolo che possono crearsi se si è disposti a guardare le opere d’arte in una certa maniera, per mettere in crisi il suo personaggio su ogni singolo fronte su cui un uomo viene valutato dalla società.

Viene derubato all’inizio con un trucco che già va a parare da quelle parti: una donna i mezzo alla strada gli chiede aiuto e riparo da un altro uomo che arriva di gran carriera urlando, quando questi impatterà con il protagonista non succederà però nulla. Dopo si accorgerà che, distratto dalla paura di non essere all’altezza della situazione e dello scontro virile, è stato derubato. Dall’esigenza di ritrovare il proprio telefono partiranno minacce, espedienti, umiliazioni davanti alle figlie, problemi di autorità al lavoro, di legami con le donne e via dicendo che lo porteranno in una spirale per uscire dalla quale sembra sia necessario solo un atto di rinuncia.

L’intento è chiaro, l’umorismo cristallino e spesso è l’arma migliore che il film ha per raggiungere i suoi obiettivi. Giocato su silenzi e piccoli movimenti, quella di Ostlund è grande comicità di situazione che esplode non solo ai danni del protagonista ma mette in ridicolo sempre il suo mondo, quello ingessato e intellettuale, rigido e beato della sua stessa boria. Al contrario invece non ridicolizza mai chi ne sminuisce la virilità. Si veda come tratta il terribile e insistente bambino che vuole delle scuse, molto più uomo, serio e duro del protagonista.

Godurie e risate per pochi, rivincite un po’ provinciali e per chi ama darsi di gomito con i propri simili, The Square non è meno elitario del suo protagonista e non ha nemmeno la sagacia di un film come El Artista quando si tratta di esporre il ridicolo del mondo dell’arte moderna. Semmai trionfa quando batte i suoi territori d’elezione, quando costringe lo spettatore a chiedersi cosa farebbe, quando imbastisce intrecci o scene surreali (come quella del performer che imita una scimmia creando di fatto una situazione animalesca in una raffinata cena di beneficenza, quello si un gioiello) con il preciso fine di esporre la gabbia che la società impone al maschio.

Ma due ore e venti, sinceramente, sono davvero troppe per così poco.