L’idea alla base di La Strada di Samouni è molto forte: raccontare un violento bombardamento realmente avvenuto a Gaza, ovvero l’operazione Piombo fuso, con un misto di realtà (le vite dei sopravvissuti nel momento in cui cercano di ricostruire la propria esistenza assieme alle abitazioni e ad una comunità) e di finzione (i momenti del bombardamento e dell’attacco via terra delle forze israeliane sono ricostruiti a partire dai ricordi dei bambini coinvolti animati dai disegni di Simone Massi).

Il film di Stefano Savona, presentato alla Quinzaine des Realisateurs, comincia adottando il punto di vista delle vittime designate (i bambini) e continua tramite i loro ricordi a ricostruire l’arrivo delle bombe e dei militari. Quando ad un certo punto arriva allo zenith (i momenti più drammatici, tra morte, urla, tensione e minaccia) le uniche immagini tra cui alterniamo sono quelle gelide in bianco e nero del drone che ha bombardato e quelle animate (anch’esse in bianco e nero) che mostrano cosa accade a terra. La morte dal punto di vista dei carnefici e quella dal punto di vista delle vittime, la prima anempatica, la seconda tragica. Così tanto stiamo su quell’alternarsi di immagini innaturali usate per raccontare le fasi più concitate che quando poi torniamo al presente, alle immagini riprese dal vero di macerie e volti disperati, il colpo è pesante come dovrebbe.

Purtroppo siamo solo a metà e per il resto il film racconterà con molta meno abilità cosa è accaduto dopo, come la politica si sia impadronita della tragedia, i futili sforzi di rivendicazione e di nuovo su tutto i poveri bambini. La Strada di Samouni fa insomma in molti punti la scelta più facile, parte dalle vittime designate, i volti su cui l’empatia è più forte e in più momenti non esita a soffermarsi e passare più volte sul dolore proprio dei bambini per raggiungere i propri obiettivi. La pratica la si può tollerare con un po’ di fatica nei momenti migliori, ma diventa molto fastidiosa quando le idee di messa in scena calano drasticamente e il film continua a trascinarsi fino alla fine delle sue due ore senza avere qualcosa di interessante o significativo da dire, ma ripetendo gli stessi concetti in modi sempre più noiosi.