Un uomo partito per la guerra e tornato a casa dopo la resa della Francia ne ha abbastanza del terzo Reich e decide di non ripartire quando è richiamato, ben conscio di quello cui va incontro e dei problemi che causerà a moglie e figlie. Antinazismo di montagna, lontano dalla città, dai ghetti, dalle SS e dai rastrellamenti, il terreno perfetto per Terrence Malick, amante dei grandi contrasti e dei massimi sistemi da far scontrare mentre vento, montagne, erba ed acqua stanno a guardare. Che poi si finisca in un campo di prigionia nazista e in un aula piena di svastiche, che sia tirato in ballo il regime che più di tutti al cinema è sinonimo di male assoluto sembra quasi una conseguenza scontata.

La storia è vera, quella di Franz Jägerstätter, e inusualmente per il Malick degli ultimi 10 anni è raccontata in maniera lineare. Un disertore non violento che per non giurare fedeltà ad Hitler fu disposto a tutto. 60 minuti per imbastire la sua storia e la sua decisione, altri 60 di prigionia, privazioni e maturazione filosofica nell’avversità, e gli ultimi 60 per la discussione, i processi, i tentativi di fargli cambiare idea mettendo alla prova le sue tesi.
Con la fastidiosa decisione di far parlare i contadini che filosofeggiano in un inglese sporcato di tedesco e direttamente in tedesco senza sottotitoli i dialoghi nello sfondo o che non servono, A Hidden Life è sempre meno interessato agli eventi ma più alle parole e alle immagini. Stavolta messe in scena senza il fido Emmanuel Lubezki ma appoggiandosi al suo operatore Jorg Widmer che tuttavia imita in tutto e per tutto nello stile che il messicano ha creato da The Tree Of Life in poi.

Terrence Malick fa di Franz Jägerstätter un martire ma non riesce a farne un eroe. La sua comprensione del gesto è tale che non sente il bisogno di ragionarci sopra, si limita a mostrarlo. Non mette in crisi, non discute, non vuole mostrarne luci e ombre (nonostante ci faccia vedere bene il dolore e la fatica che comporta per la famiglia), A Hidden Life usa le immagini del suo percorso di coerenza e protesta per poter parlare dei massimi sistemi.

Alla fine talmente è poco spiegato il suo pensiero, se non per massime, talmente è poco discussa la sua decisione (non risponde nemmeno a chi cerca di discutere con lui) che l’impressione è di aver assistito ad un film più vicino al dogma che al ragionamento.

Un cartello finale con una frase riguardo il ruolo nella storia di tutte quelle persone le cui gesta non sono state raccontate e non hanno influito direttamente sugli eventi stimola molto di più e genera più interesse di tutto il resto del film.

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