Non si dimentica mai come dirigere, si perde solo la voglia, lo stimolo o la forza di farlo. Dolor y Gloria lo conferma. Pedro Almodovar non è stato se stesso, non ha girato film all’altezza delle sue capacità per almeno 15 anni (con la notevole eccezione di La Pelle Che Abito, film di ritorni, richiami e clamorosa aderenza ai suoi stilemi di una volta), scopriamo qui che sta veramente male, o almeno lo è stato davvero parecchio, che non aveva proprio la forza di girare un film per i tanti e diversi dolori che lo affliggono. Tuttavia, trovata una storia che davvero lo interessa (la sua), ha trovato anche il mestiere lì ad aspettarlo.

Dolor y Gloria è la storia di un regista che non si chiama Pedro Almodovar ma è Pedro Almodovar, afflitto da dolori, acciacchi, acufene, blocchi all’esofago e quant’altro, una serie di mali così intollerabili che l’hanno alienato da tutto, anche dal suo lavoro (“Fare il regista è un lavoro fisico”) e quindi è caduto in depressione. Incontra così l’eroina e diventa un drogato per alleviare i suoi dolori, per un amico scrive una sceneggiatura per un monologo teatrale tratto da un fatto della sua vita, sbloccando una serie di eventi che lo porteranno a confrontarsi con il passato.

Finalmente un film personale, intimo, sentito, urgente e quindi inevitabilmente potente! Pedro Almodovar fa avanti e indietro con i ricordi del suo personaggio (la madre da giovane è Penelope Cruz e da anziana Julieta Serrano in un ruolo da Chus Lampreave), ripercorre la sua iniziazione all’omosessualità mentre nel presente il regista protagonista si deve confrontare con il passato. Sono i suoi soliti intrecci incredibili, coincidenze pazzesche e implausibili e intrecci inscindibili, è una storia di ritorni dal passato, di storie passate, primi desideri o desideri sopiti che bussano alla porta di un uomo che pensava di non averne più. Ma a lanciare tutto davvero è il tono pazzesco che mette sullo schermo.

Incredibilmente Almodovar riesce a fare un racconto punk di una persona anziana, benestante e quieta. Questo regista affaticato e pieno di dolori, molto ricco ma dalla vita calma e attutita si droga e fa sesso. Riesce a farlo perché centra un tono che prima di questo film non esisteva, quietamente punk, un tono che rende plausibile e non ridicola la storia di un coetaneo di Almodovar che esagera con droghe e alcol alimentato da un nichilismo depresso. Non esistono altri esempi a cui appoggiarsi nella storia del cinema, l’ha creato Almodovar adesso. C’è addirittura una scena di bassifondi e spaccio, con violenza e sangue ma sempre quieta e piena di sole.
E anche le interpretazioni lavorano in accordo. Antonio Banderas è al suo apice e riesce con abilità insospettabili a fare il massimo sforzo di un attore: unire opposti solitamente inconciliabili. Essere controllati ma emotivi al tempo stesso in un punto d’incontro ossimorico che tutti gli attori coinvolti (non solo Banderas) riescono a maneggiare solo in questo film.

Il corpo è una gabbia e chi lo abita può non avere niente a che vedere con quell’involucro. Negli anni ‘90 era sempre il sesso ad essere la discriminante, ora è diventata la vecchiaia. Un regista più banale avrebbe lavorato sulla voglia di giovinezza, Almodovar ne fa l’avamposto della sua visione del mondo, ne fa uno spunto per una clamorosa non-storia d’amore dal passato e fa una riflessione su chi siamo veramente a partire dai ricordi e quanto l’involucro ci condizioni.

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