Ovviamente nessuno è chi sembra in questo poliziesco coreano. Il dispositivo narrativo principale del cinema asiatico (il doppio, lo scambio di ruolo, l’inganno dell’apparenza e delle etichette) diventa assunto base: gangster e poliziotti si confondono, si scambiano, lavorano insieme e alla fine hanno metodi, tecniche e soprattutto esiti (l’ultima scena è perfetta) sovrapponibili. Il fine è semplice: la cattura di un uomo, un matto che sfugge agli schemi della mala e alle regole della polizia. Come arrivarci anche non è complicato: allearsi nonostante diffidenza e odio.
Un serial killer ammazza vittime a caso, le tampona in strada e poi le accoltella. Una di queste vittime è un boss mafioso grosso e pericoloso, così gigantesco che sopravvive e per poco non fa fuori il killer. L’evento però è un problema per la sua organizzazione, se non lo trova e non lo elimina fa la figura del debole. Lo stesso problema ha la polizia che brancola nel buio. L’unica è allearsi.

La caccia urbana tra pioggia, quartieri popolari, fughe sui tetti e poi inseguimenti nei fabbricati è un gioiello di urla e calci in faccia, arti marziali molto poco raffinate ma incredibilmente efficaci, coreografie medie da filmetto burino (però che divertimento!) che non sbagliano uno stacco di montaggio. Su tutto trionfa lui, Ma Dong-seok, boss mafioso dalla stazza degna di Bud Spencer e gli schiaffoni adeguati (niente calci per lui, pochi pugni, soprattutto grandi pizze in faccia). Al di là della stazza e di una presenza scenica da Kingpin, Ma Dong-seok è il personaggio di maggiore fascino del film, regge tutto e ne attira ogni sguardo. Gli altri sono i consueti archetipi, lui è modello a sé.

Inizialmente divisi dai metodi buoni e cattivi si confonderanno fino a che ad un certo punto un gangster in coppia con un poliziotto si presenterà mostrando il distintivo dell’altro. The Gangster, The Cop, The Devil vuole principalmente divertirsi e ci riesce, è talmente preciso e raffinato nella fattura (ma come è possibile che ormai da decenni anche i film più medi e ordinari del cinema coreano godano di una fotografia a livelli da cinema d’autore europeo?!?) che è impossibile farsi deprimere dalle molte semplificazioni e banalità di scrittura.
A questo film basta una porta sfondata da Ma Dong-seok in un momento e in un scena in chiunque altro si sarebbe giocato una grande suspense e magari una soluzione di intelletto, raffinata e originale, per spazzare via ogni dubbio.

Nel quarto atto poi andrà in scena qualcosa di diverso, strano e inusuale per noi. Il finale di The Gangster, The Cop, The Devil non è di quelli mondialisti e da esportazione, è anzi estremamente coreano, giustizialista e duro, pura serie B il cui obiettivo primario è la soddisfazione degli istinti più bassi del pubblico. Ci può suonare strano ma è esattamente la rappresentazione del proprio mondo e della propria società.

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