Più passa il tempo, più passano i giorni, più passano le ore dalla fine della visione di Cari compagni! più questo film cresce nello spettatore. Cresce qualcosa che non sta nelle battute e non sta nella trama, ma è nell’ambiente e nelle interazioni tutte intorno ai protagonisti, cioè il senso di una comunità paradossalmente affiatata, che condivide un destino comune e si aiuta come può. Non è un dettame come quelli del regime ma una regola non scritta.
Sono davvero i “cari compagni”, gli amati russi detto da un regista che da quel regime scappò per andare a fare film in America, quindi con affetto doppio, quello di chi la sua patria l’ha vista per tanti anni da lontano. Lo si vede nei comprimari in un film e nella vita di ognuno. È la commessa dello spaccio, il medico dell’obitorio, la vicina di casa, l’amica della figlia e addirittura in un momento clamoroso è parte dell’esercito: “ogni tanto c’è qualcuno di umano anche tra di loro” viene detto.

Cari compagni! è la storia di uno sciopero, uno sciopero nella Russia comunista degli anni ‘60, concetto inaccettabile dal regime e infatti represso male, represso nel sangue senza pietà. E poi dopo la repressione l’oblio. Chiunque è stato coinvolto viene costretto a non parlare, a dimenticare, e chi ha visto tutto viene proprio eliminato. Il sangue in strada è lavato e visto che non se ne va via la strada è proprio riasfaltata. Tutto torna irrealmente pulito come prima. In tutto questo una donna che è nel comitato comunista locale cerca disperatamente la figlia che sapeva essere tra i manifestanti. La cerca in mezzo alle nebbie e i silenzi del regime.

I villain qui sono i governanti e i buoni sono tutto il resto della popolazione, la stessa che inizialmente sembra gestire qualsiasi rapporto all’insegna dei beni di consumo, dei discorsi sui beni di consumo, dei favori tramite i beni di consumo.
Con idee anche umoristiche folgoranti (la sede del comitato continuamente assaltata e i funzionari così abituati alla cosa da scappare ogni volta in modi grotteschi ma con un fare rassegnato e avvezzo) questa storia di una ribellione repressa e dell’oblio forzato, è messa in scena con il cuore che va continuamente al cinema sovietico classico, amatissimo da Konchalovsky, quello della sua giovinezza.

Non è solo il 4:3 e il bianco e nero ma sono i paesaggi e la varietà di inquadrature, è un inizio che (con le dovute differenze di montaggio e stile) sembra guardare alla quotidianità dei film della “nouvelle vague” (grandi virgolette) sovietica come Fortezza Ilic (anche noto come Ho vent’anni). E in questo ci inietta il punto di vista che fa la differenza, il suo, che dalla Russia sovietica se n’è andato ma che è innamorato del suo popolo, è innamorato degli esseri umani e anche del cinema americano con un abbraccio sul tetto finale che pare uscito da un film di Robert Zemeckis.

Forse è il film più umanamente patriottico di questa edizione della Mostra del cinema di Venezia. Di certo è il più sensibile, l’unico che sa trovare in ogni comparsa, in ogni gesto una sofferta umanità che cerca di uscire, di manifestarsi e di resistere nonostante le regole. Un film di esseri umani veri.