All’inizio viene quasi da pensare a Over The Top quando un uomo scapestrato e un po’ ignorante viaggia assieme al fratello che ha appena scoperto di avere, un preadolescente vestito esageratamente bene, educato e acculturato, il cui affido rischia di perdere. Ma non è il caso di fare paragoni per questo film che non fa che affermare fieramente di guardare ad un altro cinema molto più intellettualmente accettabile.
C’è Tempo, il primo film di finzione diretto da Walter Veltroni, è un’ora e quarantasette minuti di confessioni tra personaggi, inframezzate da gag. Un road movie molto sempliciotto caratterizzato dal timore di non essere compreso e da una bassa fiducia in sé o nel pubblico. Perché lungo tutta la storia ogni sentimento, ogni immagine, ogni svolta e anche ognuna delle molto trite metafore viene enunciata a voce, anche quando è stata già mostrata. Vediamo qualcosa ma questo poi ci viene anche detto e spiegato, in caso qualcuno se lo fosse perso o volesse farsi una propria idea.

E non sono casi isolati. I personaggi continuamente spiegano se stessi agli altri, enunciano il proprio carattere, i propri sogni, quello che vorrebbero essere o fare, raccontano il proprio passato e come sono fatti, cosa gli piace o cosa odiano. Le conversazioni sono centrate solo su se stessi. Nonostante questo tuttavia, il viaggio tra un bambino equilibrato e un adulto incasinato (che di lavoro è osservatore di arcobaleni!) è lo stesso incapace di affermare qualcosa di sensato. Tutto è accennato ovunque, è molto chiara l’intenzione e Veltroni non manca di sottolineare più volte ciò che gli preme acciocché nessuno possa trovare nel film altro che non sia quel che lui desidera, ma lo stesso il film è così spaventato da non affrontare nulla davvero. Ha paura del vero erotismo e si limita a timidissimi accenni, ha paura del vero dramma e quando si avvicina fugge via il prima possibile, ha paura anche dei veri confronti e si premura che questi siano sbilanciati dalla parte cui lui aderisce, affinchè nessuno possa parteggiare con altri se non il protagonista.

Così è impossibile fare un film, tantomeno vederlo. E questo viene ancora prima dei problemi di recitazione (gli attori la maggior parte delle volte occupano in maniera goffa la scena come se non sapessero bene cosa fare con il proprio corpo), di caratterizzazione (il bambino vive da solo in una casa ricca e guarda solo film d’epoca come I 400 Colpi) o ancora di pura messa in scena (la colonna sonora raddoppia tutti i sentimenti in scena e calca la mano di continuo sulla tenerezza).
Questa specie di copia sbiadita del cinema italiano in cui la creazione di un dramma è finalizzata al suo scioglimento dentro personaggi simpatici per i quali provare tenerezza è quasi una celebrazione della tenerezza come chiave di lettura del mondo e dei rapporti tra esseri viventi. È come il gigantesco tuffo a bomba dei protagonisti filmato al rallentatore, un imbarazzante eccesso di sottolineature sui sentimenti positivi mai messi in evidenza dal contrasto con quelli negativi ma celebrati tramite i loro stereotipi con un sorriso falso ed enfatico messo in ridicolo dal ralenti.

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