Non è per nulla pretestuoso il titolo del documentario di Brett Morgen, il suo film per ampi tratti somiglia sul serio ad un montaggio furioso di materiale eterogeneo. In realtà la locuzione è ripresa da uno dei molti oggetti, materiali, documenti video e documenti audio inediti e appartenenti a Kurt Cobain a cui il documentarista ha avuto accesso e che costituiscono l’anima del film. Per la prima volta vengono mostrati video familiari del periodo con Courtney Love, al pari di confessioni intime del periodo adolescenziale. Assieme alle consuete interviste a parenti, conoscenti e membri dei Nirvana, Montage of Heck fa un lavoro più profondo sulla biografia a partire dalla produzione non nota, quella privata e non destinata al pubblico.

C’è un’indubbia qualità nel cercare di fare reverse engineering di un essere umano a partire da ciò che ha prodotto e nel caso specifico l’identità tra produzione musicale e atteggiamento nei confronti della vita del leader dei Nirvana stimola ancora di più l’operazione. Non solo le canzoni (da quello si è partito quasi sempre negli ultimi 20 anni) ma soprattutto i disegni, le frasi abbozzate, i pessimi video digitali e poi anche il materiale di repertorio più noto come le interviste televisive o le parti famosissime (l’Unplugged di MTV), tutto viene frullato in ordine cronologico ma non narrativo. L’obiettivo è dare un senso a tutto questo materiale per come si è evoluto (per l’appunto l’ordine cronologico) ma non avere una narrazione vera e propria, cercare di giustapporre idee e stimoli per ricostruire una personalità. Alti e bassi emotivi, momenti bui e piccole rinascite.

Molta enfasi è data ad episodi giovanili poco noti (ricostruiti in un segmento animato a partire dalla narrazione dello stesso Cobain) e al senso di perdita di un nucleo familiare, poi ritrovato con Courtney Love. Ma è proprio qui, che Cobain – Montage of Heck esagera, nel desiderio serio di “scoprire” qualcosa, di trarre delle conclusioni dall’ammasso di tutto questo materiale inedito, imputando alla ricerca di una famiglia molto, anche troppo di quel che poi è accaduto.

Con velleità psichiatriche da amatore Brett Morgen cerca di trovare i moventi, le cause e le spiegazioni alle azioni di Cobain da quel che ha in mano con una meccanicità fastidiosa. Mette in correlazione diretta video tristi con una depressione, frasi disperate con la disperazione e al contrario, video felici con il ritorno della speranza nella vita del cantante, come se sul serio fosse possibile comprendere la complessità di motivazioni, frustrazioni, desideri e aspirazioni unicamente da materiale consultabile.

Il punto d’arrivo chiaramente è sempre quello: il suicidio. A quello sembra puntare tutto il documentario che fin dall’inizio odora di morte e di fine ineluttabile, il che lo rende ancor di più un’opera fastidiosamente a tesi.