Stan Lee, Joss Whedon e Harry Knowles alla produzione, Morgan Spurlock in cabina di regia e, come cast, l’intera – o quasi – comunità del Comic Con di San Diego, edizione 2010, ovvero i veri emblemi del successo della cultura pop del secondo millennio, un mondo fatto di fumetti, videogiochi, film e tanto altro che nasce dall’opera d’arte e diventa ogni volta icona (e merchandising) della nostra epoca. Un progetto senza dubbio ambizioso quello messo in piedi dall’autore di Super Size Me e Che fine ha fatto Osama Bin Laden, che per la prima volta in un suo lungometraggio rimane dietro la macchina da presa per collezionare interviste e lasciare che siano gli altri – i “fan” – a parlare.

Il Comic Con nacque nel 1970 come fiera del fumetto. All’inizio era un evento ristretto, qualche centinaia di persone tra autori e appassionati, ma quello che era una convention di persone che, in molti casi, pensavano di dovere essere sempre considerati come “emarginati” almeno in termini di interessi culturali, ma negli anni il numero di partecipanti crebbe in maniera così rapida che quella che doveva essere una piccola minoranza, si rese conto di essere un vero e proprio popolo.

Spurlock racconta tutto questo in maniera egregia. In soli novanta minuti riesce infatti a ripercorrere le tappe biografiche della convention, a spiegarne analiticamente l’aspetto commerciale  – in particolare come il pubblico del Comic Con sia diventato un ottimo test driver per molti prodotti e film – ed anche a toccare il lato emozionale che muove il tutto, visto che senza la passione dei suoi visitatori il Comic Con non esisterebbe. E così, oltre a raccogliere  le coinvolgenti testimonianze di partecipanti di lunga data più o meno famosi (tra cui Kevin Smith, Eli Roth, Matt Groening, Gullermo del Toro, Seth Rogen e Seth Green), Spurlock costruisce un vero impianto narrativo focalizzando la propria attenzione su cinque particolari persone che, nel 2010, hanno preparato e poi vissuto la manifestazione con la speranza che da lì in poi sarebbe iniziata una nuova fase della loro vita.

Ecco così la storia di due disegnatori che vorrebbero essere presi in qualche etichetta e che girano per gli stand alla ricerca di recensioni e incoraggiamenti (ad uno dirà bene e sarà assunto, all’altro no, ma potrà sempre tornare l’ anno dopo), ecco la costumista che vuole stupire tutti con le proprie maschere e magari guadagnarsi l’attenzione di qualche produttore che la inviti a lavorare per un film, ecco il venditore di fumetti che rischia il fallimento se non troverà acquirenti ad una prima edizione di un fumetto Marvel di cui anche importanti collezionatori hanno mai sentito parlare, ed ecco anche l’aspirante sposo che vuole chiedere la mano della sua amata compagna, geek come lui, durante un incontro con il pubblico di Kevin Smith.

Cinque storie che hanno un inizio, uno sviluppo e un finale come nelle più classiche delle commedie e che fanno ridere e spesso emozionano  tanto da far commuovere, senza che sia mai preso in giro niente e nessuno. Quelle che dall’esterno potrebbero sembrare esagerazioni vengono ben rappresentate come esibizioni di pura passione, ragioni di vita che viste dal punto di vista dei fan seguono una logica incrollabile.

Non è tutto: Spurlock riesce anche a portare avanti una tesi “polemica” sul Comic Con, ovvero come ormai  dovunque ci sia gente con gusti omogenei ci sia un mercato da sfruttare e così il Comic Con oggi è tutto fuorché un luogo dedicato principalmente ai fumetti. Gli spazi (tendoni, banchi ed eventi speciali) dedicati ai disegnatori e ai loro appassionati sono sempre più piccoli, meno visitati e tenuti in considerazione. La gestione stessa del Comic Con sembra in mano agli interessi della grande distribuzione dell’entertainment e tra un George Lucas (società, non lui in persona) e altre major che dettano regole, tempi e libertà, il rischio di una mercificazione totale di quella che doveva essere la festa degli originali è sempre più dietro l’angolo…