Il miracolo delle sceneggiature di Francesco Bruni, quando riescono, è che non hanno nessun bisogno di raccontare qualcosa di straordinario, perché riescono a trasformare l’ordinario in straordinario. Questioni ed eventi che in altri film sono trascurabili o semplicemente sciocche, trite e noiose (come ininfluenti litigi di lavoro o questioncine di rapporti tra fratelli e sorelle) si gonfiano a momenti rivelatori e cruciali. Quando in una sceneggiatura di Francesco Bruni tutto riesce i film raggiungono un diapason, un’armonia così perfetta da trasportare lo spettatore in un luogo in cui è possibile toccare con mano la realtà dei sentimenti di tutti i personaggi in scena, nessuno escluso. E in ogni momento.

A quel punto non importa più cosa stia accadendo, diventa del tutto superfluo, ogni contingenza scivola in secondo piano, relegata a mero pretesto. Anche quando, paradossalmente, si tratta di un argomento ingombrante come quello di Cosa sarà: il sopraggiungere di una malattia potenzialmente mortale.

Per raccontare una storia che, almeno nel suo spunto e in certe caratterizzazioni familiari, è ispirata a qualcosa di realmente accaduto al regista e sceneggiatore, Bruni (con la collaborazione di Kim Rossi Stuart che tuttavia non è accreditato come sceneggiatore) orchestra un film diverso dagli altri che ha diretto. Al protagonista (un regista) viene diagnosticato un male che richiede un trapianto di midollo spinale ma noi lo scopriamo facendo un continuo avanti e indietro nel tempo tra la fase più dura della cura e gli eventi che ci hanno portato lì. Il montaggio assembla le scene per evocazione e richiami in modi molto efficaci, ampliando la storia con una grazia che il cinema italiano raramente conosce e riuscendo addirittura a spiegare antefatti senza che sembri una spiegazione, dandoci l’impressione di sapere quei fatti da sempre.

Con solo poche blande esagerazione melodrammatiche (che stonano un po’ proprio perché uniche) in questo film dolcissimo e commovente Bruni rinuncia ad alcuni luoghi comuni delle sue sceneggiature che solitamente gli creano un recinto dorato e sicuro, gettandosi in un territorio un po’ nuovo, un po’ diverso, ma senza esagerare. Rimane la sua capacità eccezionale di usare il dialogo come nessuno oggi nel cinema italiano, come si vede negli scambi tra il protagonista e l’agente immobiliare che tradiscono confessioni, sentimenti e debolezze mai nominati apertamente ma che chi guarda ha la chiara sensazione di aver capito da sé (non è vero, ce li ha detti lui, solo non apertamente ed è bello così) e soprattutto senza che questo cancelli il Bruni touch. Anzi!

Quell’affiancamento del divertente e drammatico, del sentimentale e del ridicolo, dell’umano e del grottesco in modo che entrambi i poli escano caricati dal contatto, rimane fortissimo. E questo nonostante manchino i suoi soliti protagonisti molto forti e capaci di tirare sempre dritto attraverso difficoltà e dolori. Stavolta il protagonista è presentato subito come debole, pieno di paure, ansie e piccoli grandi complessi, bisognoso di riconoscimenti (tra cui quelli professionali che vengono comicamente negati di continuo), degno alfiere del mondo di uomini che popola il film.

Mai la visione dei rapporti tra sessi in un film scritto da Francesco Bruni era stata così netta come in Cosa sarà. Tutti gli uomini sono abbastanza incapaci, emotivamente inetti, problematici e a vario modo cialtroni, mentre tutte le donne, equilibrate, razionali e sentimentalmente consapevoli, hanno il compito di gestirli, aiutarli o proprio salvarli. Lo fanno con compassione, tenerezza e affetto per questi esseri così fragili e in difficoltà, maneggiandoli con la stessa cura e delicatezza con cui gli uomini di classe nei film degli anni ‘30 gestivano le donne.
Tanto che quando poi gli uomini si relazionano tra di loro fanno fatica a capirsi e sfociano in rabbia o mutismo.

È una prospettiva che serve bene gli intenti e le finalità del film (specie il personaggio della figlia) ma che sarebbe stata sicuramente aiutata ad essere un po’ più complessa da un lavoro più fino sulla recitazione. Con l’eccezione di Fotinì Peluso e Kim Rossi Stuart questo è un po’ il tallone d’achille del film, il fatto di avere troppo spesso momenti in cui le interpretazioni reggono poco, sono fuori tono per macchiettismo o proprio un po’ amatoriali. Eppure, paradossalmente, proprio il fatto che ci sia questa mancanza rende ancor più eccezionale che il film sia così perfetto.