In un momento di grandissima sincerità in cui Divorzio a Las Vegas si trova a rappresentare una scena tipica del cinema italiano più leggero, quando qualcuno per liberarsi urla nel vuoto le proprie frustrazioni, avviene qualcosa di inedito. I personaggi riconoscono che quello che stanno per fare è un luogo comune del cinema italiano (“Hai presente quei film italiani in cui qualcuno grida nel vuoto?”) prima di farlo. Non è una critica né una parodia, perché il film appartiene in pieno alla tipologia di opere in cui “qualcuno grida nel vuoto” e del resto i personaggi lo faranno, seriamente, non per prenderlo in giro. È un’ammissione di appartenenza ad un genere, un’ammissione di rara onestà.

Del resto difficilmente Divorzio a Las Vegas potrebbe spacciarsi per altro rispetto a quel che è, cioè la classica commedia italiana contemporanea a medio budget e medie ambizioni, caratterizzata più che altro da due elementi: il suo spunto per l’originalità e i suoi attori per il tono. Giampaolo Morelli infatti garantisce il tono da commedia romantica che si è ben cucito addosso, Ricky Memphis quello più grossolano e crasso. La vera protagonista del film invece, Andrea Delogu, non ha nessuna caratteristica a sé attaccata e il film cerca di crearle un personaggio da zero puntando sulla doppiezza (una parte selvaggia e una inquadrata).

Divorzio a Las Vegas si muove con un certo agio nella sua casella. Certo conserva alcuni elementi inspiegabili delle commedie italiane contemporanee come le colonne sonore che sono capaci di massacrare qualsiasi buona intenzione e una serie di piccole implausibilità e contraddizioni che si accumulano fiaccando la credibilità dei personaggi (su tutte il fatto che la protagonista rimproveri alla rivale sul lavoro di essere raccomandata quando lei sta per sposare uno degli uomini più ricchi del paese dotato di una voce a lui dedicata sull’enciclopedia).

Tuttavia è sorprendente quanto pur muovendosi poco dal suo solito carattere Ricky Memphis sia questa volta davvero ben utilizzato. Ha un ruolo abbastanza convenzionale, è l’amico mollato che si trasferisce a casa del protagonista e inizia a fargli da amico/servo/moglie. Questa collocazione inedita per lui (che non è mai un personaggio attivo ma uno pigro) genera una serie di duetti non male, sia con Morelli che poi con Grazia Schiavo, in quella che appare come una specie di trama secondaria. Come nello schema base delle puntate di I Simpson infatti, all’avventura principale all’estero è affiancata una minore in patria in cui altri personaggi hanno altre questioni in ballo, blandamente legate alle prime.

Nonostante la convenzionalità delle idee che muovono Divorzio a Las Vegas, va detto però che al netto dei calchi su altre pellicole (spesso spiegate ad alta voce) rispetto al solito si respira un filo più di dinamismo e di piacere di raccontare una storia e fare il proprio lavoro. Una ultima parte eccessivamente lunga e che inspiegabilmente fatica ad arrivare ad un finale annunciato affossa un po’ l’ultimo sapore che il film lascia in bocca.

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