Non deve stupire nessuno che i temi più cocenti degli anni che viviamo siano elaborati per primi in film piccoli, molto convenzionali sotto tanti punti di vista e pensati per un consumo rapido e instant, invece che nel grande film da festival o nel blockbuster ad alto costo. E poi c’è Katherine (titolo di nessuna attinenza con il film) è fatto in fretta, non ha ambizioni festivaliere di certo, anzi, è un film di buona fattura, chiara scrittura, ottime interpretazioni che invece che stupire mira a intrattenere e lasciare un buon sapore in bocca. Era la produzione più frequente e l’ossatura di Hollywood fino a qualche anno fa, la maniera in cui l’industria del cinema americano spiegava e raccontava il mondo, oggi invece film così sono un’eccezione, spesso finiscono dritti in streaming e vederli al cinema è una rarità.

L’attrice Mindy Kaling interpreta e scrive la storia di una donna che viene assunta come autrice di un Late Night Show in decadenza, viene assunta perché a un certo punto la presentatrice e volto simbolo si accorge di non avere donne nel team di scrittura e ne pretende una. Lei è la prima a presentarsi, viene assunta anche se palesemente non ne ha le credenziali ma solo il sogno. Come spesso accade al cinema sarà proprio il suo approccio non convenzionale e privo dei paletti che gli altri hanno sviluppato nella loro carriera a risollevare lo show.

Il punto di E poi c’è Katherine però non è questo esito scontato quanto il rapporto tra le due donne, il capo distante e cinico e la new entry piena di entusiasmo, la dialettica tra vecchio e nuovo mondo in cui lentamente slitta una storia partita dal sessismo. Perché del sessismo questo buon film ha davvero solo la patina e la copertina, non il senso.

Non è insomma diverso da quello che Hollywood aveva raccontato con State Of Play (nel mondo del giornalismo una blogger deve lavorare con un reporter vecchio stampo) o Il Buongiorno del Mattino (in cui un anchor man di grande integrità si confronta con la conduttrice della frivola trasmissione del mattino perché il network ha bisogno di ascolti) e molti film prima di questi. È la storia di come il vecchio si rinnovi e crei qualcosa di buono tramite il contatto con quel nuovo che non capisce. L’eterno meccanismo da vampiro dello show business: succhiare il sangue dei giovani per rimanere giovani.

Indispensabile al film in questo senso è Emma Thompson, attrice delicata e abilissima nel dare umanità, profondità e carisma al suo personaggio, la grande comica diventata solo una presentatrice, è lei ad evitare che tutto si impantani nel carino e invece possa ambire più in alto. Versione ammorbidita di Miranda Priestly di Il Diavolo Veste Prada, la sua Katherine Newbury è un’anima in pena in cerca di redenzione, pronta a ritrovare il vecchio sé grazie alla spinta della giovane idealista.

Se si è disposti a tollerare il fatto che E poi c’è Katherine la sua spallata al metoo la dia solo per finta, perché poi le due protagoniste si relazionano tra di loro esattamente come fanno gli uomini in film simili, senza alcuno specifico femminile (addirittura quando qualcuno tradirà qualcun altro, i discorsi che usciranno non saranno dissimili da quelli che potevano fare mariti e mogli degli anni ‘60 a parti invertite), è evidente che tocca con buona scrittura e buone interpretazioni il punto di tanti snodi moderni. In una maniera strana e distante ci parla di noi.

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