Per almeno tutta la prima metà di Edison – L’Uomo Che Illuminò Il Mondo i personaggi ci sono introdotti con continui zoom in avanti e indietro. Non è lo stile retro modaiolo che una decina di anni fa aveva reintrodotto Tarantino ma più quella maniera sperimentata da Steven Soderbergh qualche anno fa di associare tra loro lo stringere e l’allargare per dare dinamismo alle inquadrature. È una scelta coerente con tutto il resto della messa in scena del film e specie con il camerawork, che sembra davvero mettercela tutta per essere definito “elettrico”, anche quando non è strettamente indispensabile.

Edison – L’Uomo Che Illuminò Il Mondo racconta infatti di quel momento nella vita di Thomas Edison in cui cercò di imporre il proprio modello di elettrificazione urbana (la corrente continua) contrapponendosi a George Westinghouse, che non era inventore ma imprenditore e cercava di imporre il suo (corrente alternata), mentre un giovane Nikola Tesla arrivava in America a lavorare per il primo, salvo poi mettersi in proprio con scarsi risultati. Si tratta della guerra della corrente, come dice il titolo originale, ma in realtà il film di Alfonso Gomez-Rejon non mira a risolvere i rapporti tra questi tre ma a farli scontrare per mostrare 3 modi diversi di essere innovatori.

Ad Edison spetta il ruolo del buono, l’inventore idealista che cerca di imporre lo standard migliore da tutti i punti di vista (tranne quello economico), a Westinghouse quello del vero uomo d’affari (capace di capire quale tecnologia possa sopravvivere meglio nell’ecosistema di una certa società) e a Tesla quello del visionario incompreso e sfortunato troppo avanti rispetto al suo tempo. Tutto incorniciato dalla storica esposizione mondiale di Chicago in cui la luce elettrica veniva presentata al mondo.

Purtroppo Gomez-Rejon e Michael Mitnick alla sceneggiatura non hanno una mano leggera e non esitano di fronte all’introduzione del discorso dell’uso della corrente per la pena di morte solo per arrivare al punto in cui può montare in parallelo l’accensione delle luci alla fiera, prima manifestazione della potenza e meraviglia dell’energia elettrica, e il primo condannato a morte elettrificato. È ovviamente la sintesi per immagini del progresso umano (morte e meraviglia, orrore e bellezza) ma il processo attraverso il quale il film ci arriva è pretestuoso e poco integrato con il resto della storia che Edison – L’Uomo Che Illuminò Il Mondo racconta.
Addirittura per amore di Edison sono disposti anche ad un falso storico, cioè l’affermazione implicita che Edison abbia inventato il cinema come lo conosciamo, quando invece il suo kinetoscopio era l’esatto opposto, cioè prevedeva una fruizione individuale.

Nonostante questo e nonostante delle aspirazioni stilistiche fuori portata Edison – L’Uomo Che Illuminò Il Mondo rimane un film estremamente compatto che solo raramente mostra i suoi limiti. Una cosa infatti che Gomez-Rejon capisce molto bene è che per reggere la sfida tra i personaggi non c’è niente di meglio di due attori dallo stile opposto. C’è nel film infatti un’altra sfida, più sotterranea, che contrappone Benedict Cumberbatch e il suo desiderio che ogni movimento sia espressione della maniera in cui ha scelto di interpretare il suo personaggio, all’incredibile fermezza di Michael Shannon, sempre uguale a sé e sempre diverso, come se il mondo si adattasse alla sua recitazione invece del contrario.