…è roba che si ascolta in prigione, davanti alle sbarre, per non pensare di essere in prigione! Ed è fatto di sbarre! TUM- TA-TU-TU-TUM! TA-TU-TU-TUM! Obbedisci TA-TU-TU-TUM! Non ribellarti! TA-TU-TU-TUM! è così, il Reggaeton è la prigione!!” è solo una piccola parte dello sfogo che, al centro di Ema (presentato in Concorso al Festival di Venezia), Gael Garcia Bernal fa contro il Reggaeton. Una delle analisi più rabbiose, divertenti ma anche complete e feroci dell’incrocio tra musica, costume e chi la ascolta. Gli serve per prendersela con Ema, la sua donna che l’ha lasciato sia privatamente che professionalmente (lui è coreografo lei una delle ballerine), per andare a ballare Reggaeton per strada da che con lui tentavano performance e spettacoli più sofisticati e ricercati.

E come dice il titolo tra i due è Ema la protagonista, il suo volto strano, particolare e fuori dai canoni apre benissimo il film, Larrain è innamorato di questo fisico nervoso e questo volto spigoloso, strano per una storia strana. Perché Ema e il suo fidanzato si lasciano dopo aver fatto qualcosa, qualcosa che nessuno intorno a loro gli perdona che gli sta peggiorando la vita e che anche agli occhi degli spettatori suona brutto e fastidioso. Loro stessi usano questo evento per accusarsi a vicenda in litigate terribili.

A lungo quindi nel film si scontrano le due visioni dei protagonisti in rotta per l’evento di cui sopra ma anche animati da spinte diverse. Ema vede la danza come un modo per esprimere se stessa, libera e sessualmente spregiudicata, lui la vede come una forma d’arte da spingere in avanti. All’inizio c’è un montaggio alternato che pare infinito (ed è bellissimo) con una performance coreografata e lungo il film una colonna sonora fantastica (anche reggaeton!) continuerà a battere dove il dente duole, creando un’atmosfera irreale dal carattere sia duro che fragile.

Ema esplora tramite il desiderio di tornare indietro su una decisione brutta e spiacevole un carattere liberissimo, che di certo si divincola subito dai paletti dei personaggi soliti del cinema ma poi si divincola anche dai soliti caratteri che conosciamo. Ema vuole essere libera e il film la asseconda, trovando momenti di ironia quando non si direbbe mai, riuscendo a trovare uno svolgimento così anticonvenzionale e delle immagini di street culture, di lanciafiamme e bande di donne a caccia di uomini (e donne). Riesce ad affiancare in maniere illogiche ma significative sesso, personalità, ballo, musica e questo volto e questo fisico di Mariana Di Girolamo che fanno la partita. Non parla mai di femminismo, non parla mai di #metoo ma è il film più onestamente incuriosito dalle donne che gestiscono il potere del proprio corpo.

Non sarà mai il film preferito di tutti, non ha nulla dell’equilibrio e della misura dei capolavori e tutto dei film maldestri ma bellissimi.