Final Account si pone un difficile obiettivo: provare a spiegare l’orrore e la crudeltà che durante la seconda Guerra Mondiale hanno portato allo sterminio degli ebrei attraverso le testimonianze dei cittadini tedeschi e austriaci che erano dalla parte dei “colpevoli”. Il regista Luke Holland incontra così anziani che un tempo erano adolescenti tra le fila delle SS, al servizio di chi lavorava nei campi di concentramento, semplici abitanti che si imbattevano nella propria fattoria in prigionieri fuggitivi e chiamava i militari per farli riprendere, persone che abitavano vicino a dove venivano sterminati migliaia di innocenti e ora ammettono che tutti sapevano cosa accadeva a pochi metri, ma ne parlavano a bassa voce, per non evitare problemi.

Il documentario presentato Fuori concorso alla 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è frutto di un lavoro durato un decennio in onore dei nonni del filmmaker e di tutte le vittime del conflitto e fin dai primi minuti è chiaro che il suo approccio è sottolineare come le persone comuni che hanno accettato passivamente il genocidio del popolo ebraico abbiano avuto un ruolo determinante in quanto accaduto, forse ancora più rilevante rispetto ai leader politici e militari che hanno deciso le sorti del mondo.

Non manca chi, come Karl Hollander, continua ancora a difendere Hitler pur sostenendo che gli ebrei non dovevano essere uccisi, ma obbligati a trasferirsi all’estero, o chi ricorda con affetto i prigionieri che comprendevano anche dentisti esperti, fino a Hans Wierk che ammette con forza di provare vergogna per quanto accaduto e cerca di spiegare ai giovani quali errori non compiere per non ripetere il passato, provando però frustrazione per l’incapacità dei suoi interlocutori di rendersi conto concretamente dei rischi legati al dimenticare ciò che è stato, in particolare considerando quanto sia difficile assumersi la propria responsabilità anche per chi ha agito sostenendo il terzo Reich.

Final Account non cerca facili espedienti emotivi e propone le interviste in modo lucido e diretto, senza un montaggio elaborato, lasciando che siano le parole pronunciate a lasciare il segno in contrasto con i luoghi che hanno fatto da palcoscenico all’orrore, ora quieti angoli di campagna e periferie della città, concedendosi solo verso il finale di dare spazio alle immagini delle vittime, dando così un volto ai racconti portati sugli schermi.

Luke Holland ha perso la vita nel mese di giugno a causa di un cancro contro cui lottava da tempo, ma il regista ha lasciato in eredità alle nuove generazioni, e non solo, un’opera necessaria e purtroppo essenziale in un periodo in cui i movimenti nazionalisti e il razzismo continuano a farsi spazio in tutto il mondo.