In Gamberetti per tutti il desiderio di accreditarsi come film LGBTQ+ non passa per l’esposizione di temi, personaggi e idee care alla comunità, ma per una lista di convenzioni. Rispettare tutte queste convenzioni sembra essere il suo unico modo di trovare un’identità, o più che altro rubarla a tutto il resto di film che quelle convenzioni (buone o cattive che siano) le hanno costruite e affermate. E Gamberetti per tutti le rispetta così a fondo da trasformarle subito da convenzioni in stereotipi. Figure, eventi, inquadrature e svolgimenti così noti e abusati che finiscono per parlare più della mancanza di volontà nel fare questo film che dei suoi intenti.

La storia è vera (anche questa una convenzione ma obiettivamente la più veniale) ed è quella della squadra francese di pallanuoto che ha partecipato alle olimpiadi gay in Croazia. A questa si aggiunge l’ingresso di un allenatore riluttante, un omofobo condannato dalla federazione ad allenarli dopo aver insultato un omosessuale in diretta televisiva e così poter essere ammesso ai mondiali di nuoto. Come in tantissimo cinema americano, una persona è costretta a fare qualcosa che inizialmente odia per raggiungere un obiettivo cui tiene, ma facendola cambia idea e capisce il mondo che prima non capiva.

Esistono due macrocategorie di stereotipi in Gamberetti per tutti e il film sembra controllare continuamente sulla sua lista se abbia già ottemperato a tutte le loro declinazioni. Ci sono gli stereotipi sugli uomini e le donne omosessuali che vanno dalla continua ostentata frivolezza (che al cinema maschera sempre traumi e fatiche), alle canzoni delle icone gay, al sesso occasionale consumato con furia gioiosa, alle nottate in discoteca ecc. ecc. E poi ci sono gli stereotipi del cinema gay: il gruppo assortito, l’obbligatorio incontro casuale e violento con degli omofobi, il gay ingenuo che ha appena scoperto la propria sessualità, la sequenza musicale con i fumogeni color arcobaleno, la contrapposizione con le lesbiche….

Ci sono pochissimi dubbi sulla povertà del film, da tutti i punti di vista. Eppure i giochi gay sono un’ambientazione originale sia per un racconto che per tirare fuori dal pantano della rappresentazione cinematografica monodimensionale il mondo omosessuale. A fatica accettiamo continuamente che commedie o drammi di vario genere perpetuino la solita visione stereotipata dell’omosessualità, ma che lo faccia anche il primo film che racconta i giochi gay, perdendo qualsiasi occasione di farsi notare e creare (magari) un buon film di sport o (magari) una buona commedia o anche solo un film che svicoli la solita rappresentazione per darne una nuova, più complessa e sfaccettata, più umana e meno caricaturale, è davvero sconfortante.