Gli anni più belli, la recensione del film di Gabriele Muccino

Già l’idea di rifare C’eravamo tanto amati e di farlo apertamente, per sottolineare i mutamenti sociali intercorsi tra quel film e questo (la stessa parentela che lega Secondo Amore di Sirk e Lontano dal Paradiso di Haynes) è da far tremare le gambe. Rifarlo poi con la propria personalità, utilizzando i propri stilemi e citando sé stesso (le scene nelle fontane, il cognome Ristuccia, i matrimoni sul prato) tanto quanto Scola è un triplo salto carpiato che al nostro cinema non riesce mai.

Solo qualcuno che padroneggia così bene il linguaggio del cinema come Gabriele Muccino poteva riuscirci.

Del film di Scola c’è lo scheletro veramente ridotto all’osso, per il resto Gli anni più belli è il Mad Max: Fury Road dei melodrammi, qualche tono ancora più su del già sovreccitato stile del regista, un tornado di eventi inarrestabili in cui il tempo e il destino sono forze schiacciate dalle passioni individuali che sembrano piegare ogni legge non scritta. Là dove chiunque alimenta il melodramma con la stasi, con l’atmosfera sospesa dei momenti di intenso struggimento, Gabriele Muccino da sempre lo alimenta con il movimento, suo e degli attori.

E questo film non fa eccezione.

In un film probante per lo spettatore perché ogni scena, fin dalle prime, ha la carica del gran finale, l’idea di fondo è che il passato non sia migliore del presente. Per dimostrarla Muccino fa parlare i personaggi in camera, fa sposare per interesse uno dei protagonisti che poi lavora nell’impresa del padre della moglie e fa invece andare male le vite dei più idealisti proprio come C’eravamo tanto amati, addirittura anche la risoluzione del rapporto tra Favino e Ramazzotti ricorderà quello tra Gassman e Stefania Sandrelli.

Con un casting impressionante dei ragazzi (non solo uguali ai protagonisti adulti ma capaci anche di recitare con lo stesso stile e movenze simili), trucchi di ringiovanimento più o meno riusciti e una contagiosa voglia di essere grande, Gabriele Muccino arrivato all’undicesimo film gira una storia anche superiore alle interpretazioni dei suoi attori.

E addirittura pure il contesto politico (il totem sacro di qualsiasi romanzo popolare italiano che attraversi più di un decennio) è quasi nullo, contano solo i rapporti tra persone. Tre amici e una donna che si scambieranno amori, amicizie, litigate, divorzi e ripicche per più di 30 anni scoprendosi poi più legati che mai dall’aver attraversato la palude della vita ed essersi ritrovati dall’altra parte, invecchiati ma sempre uniti. In mezzo un camerawork eccezionale e una maniera di padroneggiare la lingua del cinema, tutta, a tutti i livelli, che fanno il film e creano l’epica nazionale recente in maniere (per noi) inedite. Non è la storia del nostro paese rispecchiata da 4 persone ma la storia di 4 persone dentro al nostro paese e, più in grande, è la storia della maniera in cui il nostro cinema ci ha raccontato il passato e ci racconta l’oggi.

E benché non sia di certo privo di difetti o eccessi di sentimentalismo, alla fine il grande vortice di Gli anni più belli schiaccia ogni difetto a colpi di immagini e cinema. Non tutto quel che viene detto o come viene detto è memorabile e la scrittura non può di certo essere considerata inattaccabile. Gli anni più belli però la sua partita la gioca su un altro campo, nel trascinare il pubblico dentro un’epopea personale e privata, usando il comparto visivo, spiegandosi con i colori, i costumi, il montaggio e la fotografia, usando le immagini come pallottole. Un arrivo in vespa disperato in una Roma deserta durante i mondiali per trovare il proprio amore, una visita nella vecchia casa povera e una corsa su per le scale che sembra un viaggio nel tempo e nei costumi del film (la trovata migliore di tutte, quella che riassume il senso di quello stile furioso e sentimentale e forse racchiude un’intera carriera) sono solo alcuni esempi della capacità di Gli Anni Più Belli di lavorare sulle immagini e sull’efficacia visiva a livelli che il cinema italiano commerciale non conosce.