Le buone intenzioni e un’interpretazione finalmente di ottimo livello di Mark Wahlberg non aiutano a salvare del tutto Good Joe Bell, film ispirato alla storia vera di Jadin Bell, che cerca di sfruttare in modo forzato gli aspetti più emozionanti del racconto per proporre un messaggio contro il bullismo e l’intolleranza.

Il progetto diretto da Reinaldo Marcus Green, presentato al Toronto Film Festival, con la sua struttura un po’ in stile road movie e un continuo alternarsi di passato e presente, compie il quasi imperdonabile errore di non approfondire in nessun modo la figura del teenager vittima dei bulli mentre prova a vivere liberamente la propria omosessualità, delineandolo solo come un ragazzo incompreso e in difficoltà le cui amicizie, e amori, appaiono superficiali e irrilevanti, mentre il rapporto con la sua famiglia è ritratto senza alcuna sfumatura, enfatizzando il contrasto tra i comportamenti del padre e quelli della madre, ma senza mai dare il giusto spazio ai personaggi secondari.

Mark Wahlberg ha il ruolo di Joe Bell, il padre di Jadin, che si trova in difficoltà nell’accettare, capire e sostenere il figlio Jadin, la cui sessualità lo hanno reso un bersaglio facile per i commenti e la violenza dei suoi compagni di scuola, e per la crudeltà degli adulti che lo deridono e guardano con sospetto per la sua scelta di entrare a far parte della squadra di cheerleader o per i comportamenti considerati “poco maschili”.
La situazione prende una svolta tragica quando Jadin decide di togliersi la vita e Joe, alle prese con i sensi di colpa, decide di intraprendere un viaggio a piedi con destinazione New York con lo scopo di sensibilizzare le persone sulle conseguenze dell’intolleranza.

Il coinvolgimento di sceneggiatori del calibro di Diana Ossana e Lara McMurtry (Brokeback Mountain) suscitava grandi aspettative che sono state, quasi del tutto, non rispettate. La rivelazione legata alla morte di Jadin viene compiuta solamente a metà del film e durante una scena ambientata in un gay bar che sembra costruita proprio su quegli stereotipi che il progetto vorrebbe combattere.

Indubbiamente la figura di Joe Bell, così burbera e incapace di creare un vero legame con il figlio a causa della sua chiusura mentale, rappresenta molti dei problemi esistenti nella società contemporanea, ma il suo modo di affrontare il lutto viene costruito senza particolare ispirazione, limitandosi a ritrarre un uomo in lutto che cerca di trovare pace rendendosi utile e aiutando altri genitori a evitare i suoi tragici errori. Wahlberg si allontana dai ruoli action che lo hanno reso una star del cinema blockbuster per mettersi nuovamente alla prova, riuscendo a entrare in connessione con i dubbi e la sofferenza di Joe Bell. Il film non riesce però a inserire l’immagine di questo uomo dai valori fin troppo rigidi e rari slanci di affetto in una narrazione che riesca a rivolgersi a tutti, perdendo l’occasione di approfondire la dimensione dei teenager per concentrarsi su un viaggio attraverso gli Stati Uniti e le proprie emozioni che non rende giustizia alla storia vera che porta sul grande schermo.

Connie Britton è totalmente sprecata nella parte della madre di Jadin e basta la sola sequenza della disperata ricerca del figlio mentre teme il peggio per ricordare agli spettatori il talento cristallino dell’attrice. Il rapporto tra Joe e la moglie avrebbe meritato un’analisi più attenta e la presenza del secondo figlio, alla disperata ricerca dell’amore del padre che ha deciso di allontanarsi dalla famiglia per provare a trasformare se stesso e la morte di Jadin in qualcosa di positivo, è talmente mostrata a grandi linee che diventa quasi complicato comprendere l’amore che lega i tre personaggi.

Green, che aveva attirato l’attenzione con Monsters and Men e la serie Top Boy, fatica più del dovuto a gestire la necessità di mostrare gli eventi maggiormente drammatici e mostrarne le conseguenze, e la regia, come accaduto con la sceneggiatura, si limita a seguire strade già percorse con altri progetti e a costruire il crescendo emotivo sperando di coinvolgere il proprio pubblico.

A Good Joe Bell non può, e non dovrebbe, bastare il carisma di Wahlberg nel gestire i momenti all’insegna della solitudine e dell’introspezione e la freschezza di Reid Miller nell’interpretare Jadin con il materiale poco incisivo a propria disposizione per rivolgersi a un pubblico internazionale che meriterebbe un’opera maggiormente meditata e curata. Il film, sfruttando anche a proprio favore un’ottima fotografia firmata da Jacques Jouffret (The Purge) che valorizza l’elemento on the road del racconto, riesce comunque a commuovere in più punti, lasciando però la sensazione di assistere a un’occasione sprecata e poco in linea con i passi in avanti compiuti dal cinema, e dall’arte in generale, nel rappresentare la vita e le difficoltà delle persone omosessuali negli ultimi anni.