HAMMAMET, DI GIANNI AMELIO: LA RECENSIONE

Tutto Hammamet si svolge attorno a una Pasqua degli ultimi mesi di vita del protagonista il cui nome non sentiamo mai, come del resto non sentiamo nemmeno quello degli altri. Gli unici che vengono chiamati per nome sono i personaggi inventati e la figlia (ma non il suo nome vero, Stefania, uno di finzione anch’esso garibaldino, Anita). È una Pasqua che riunisce la sua famiglia nel suo ritiro e gli dà modo di interagire con diverse persone, non solo famigliari. Sono come fantasmi che arrivano in visita e con cui dialogare di politica.

In questo periodo l’anziano Craxi, pieno di acciacchi e malanni, maledice l’Italia per il trattamento ricevuto e si fa curare controvoglia. Poche concessioni di fantasia, molto realismo, sebbene poi intorno a lui i comprimari non abbiano niente di realistico ma oscillino tra lo stereotipo culturale e la maschera teatrale, caricando le interpretazioni e risultando sempre sbilanciati davanti a lui, Pierfrancesco Favino, che in una dimensione parallela scava questo Craxi e trova tantissimo. Il film però sembra non sapere che farsene di tutto quest’ottimo lavoro e vaga, lieto di sentir parlare il protagonista.

Come ampiamente anticipato dai trailer, Favino non fa Craxi ma diventa Craxi, in uno sforzo di imitazione e fusione mimetica sconosciuto al nostro cinema, che al realismo preferisce sempre l’astrazione. Invece di usare qualche dettaglio come un baffo, un occhiale, una parrucca o un tic per far risuonare la vera persona (lo stesso Favino lo fa in Il Traditore), qui ricalca maniacalmente tutto, il movimento, la parlata, il tono di voce e le espressioni reali. Hammamet lo mostra da subito nel momento di regia migliore, quando il protagonista è introdotto durante un congresso degli anni ‘80, schermi giganti rimandano il suo volto, i movimenti, la cadenza e la parlata sono perfetti, il Craxi pubblico esattamente com’era. È ovunque, è grande, è applaudito, è potente, non teme niente.

A seguire ci sarà invece il Craxi privato e dimesso, cioè la parte inventata a partire da cronache reali, in cui Favino, invece di scomparire dietro alla vera persona la usa come un burattino. Lo imita, sì, ma è più corretto dire che diventa lui per agirlo, per farlo recitare. È l’esatto contrario di Il Divo: non la trasfigurazione grottesca ma l’adesione totale, non la poesia ma la prosa dura. Il suo Craxi sprizza titanismo da ogni mossa, è lui e non il film a disegnare uno statista al massimo del potere che di colpo è fuori da tutto, come se fosse arrestato. Non lo capiamo da ciò che viene detto (o almeno in minima parte da quello) ma da come è recitato. In questo senso (e solo in questo) sembra una performance teatrale, perché più del testo conta il corpo e quello che dice, più delle parole il tono e come si impone. Il film si limita a dargli campo, a farlo pontificare da uno scranno come una versione dimessa e anziana del Kurtz di Apocalypse Now! con il diabete al posto della droga.

C’è un momento che riassume perfettamente questa doppia natura, è quello in cui Craxi racconta un sogno che ha avuto: dalla recitazione traspira il desiderio represso di tornare, la fatica del non essere grande e l’orgoglio ferito dal non poter comandare. Ma quel che dice e quella scena in sé hanno poco senso.

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