High Life, la recensione

In una navicella deserta che vaga nello spazio più profondo, fuori da ogni possibile orbita, si leva il pianto di una neonata. Quell’urlo, espressione dell’umanità più primordiale, è anche l’unico segno vitale che pervade quell’infinitesima porzione di universo, dove solo Monte (Robert Pattinson) e sua figlia respirano, esistono.

Lontanissimo da tutti i recenti film di simile ambientazione (Gravity, Interstellar, The Martian, Ad Astra) High Life di Claire Denis pone i suoi personaggi in una trappola fisica – la navicella irraggiungibile da qualsiasi segnale umano, un topos del film stellare – ma non vuole indagare sul perché un simile destino sia toccato proprio a loro, o se quel destino, deciso da altri, sia giusto o sbagliato. High Life concentra tutta la sua filosofia su un interrogativo, attorno al quale ne ruotano mille altri: cosa vuol dire essere davvero soli? L’isolamento fisico porta all’isolamento emotivo? Cosa ci lega davvero?

Attraverso una trama sottile e fragile come un capello (già svelarla sarebbe un peccato), High Life ha comunque la capacità di tenere magneticamente attaccati allo schermo. Si parte in medias res, poi si va avanti e indietro nel tempo per capire cosa è successo in quella navicella, chi sono le persone che vediamo agire: e allora viene fuori il tema dell’esperimento, della ricerca scientifica. Ma è come se le motivazioni non avessero importanza, e si entrasse in questo mondo soporifero, ovattato, stordente, per farsi trascinare da una indefinita alterità, che è forse il segreto irraggiungibile e affascinante del perché Monte e sua figlia – e anche noi spettatori – vogliono ancora vivere, nonostante la loro situazione. Perché? Per chi? E in quale mondo?

Votato al cinema d’autore ma fedele al genere, High Life ricopre abilmente il suo nucleo filosofico attraverso una tensione superficiale, quella della suspence, quasi dell’horror. La tensione è però costantemente tenuta a freno, ed è invisibile ma fastidiosa, è celata e poi rivelata nei momenti in cui esplode: ovvero quando il sangue e il sesso, la morte e la vita, scorrono lungo le superfici bianche e asettiche, macchiando o bagnando di vita ciò che ne è privo. Il sesso, essenziale per le riflessioni sulla vita e sul concetto di riproduzione/riciclo, è qui mortifero (come in Cannibal love), spaventoso, ma allo stesso tempo è dolce, disperato: è il gesto ossimorico che regala la vita, e questo interessa alla Denis.

Nonostante il precario equilibrio su cui si regge, High Life riesce a porre delle questioni, ovvero essenzialmente a farle arrivare allo spettatore, non fornendo alcuna risposta. In una continua introspezione, enunciata anche con l’uso della voce fuori campo del protagonista (un espediente tipico del noir, in cui i personaggi guardano indietro su un passato irrimediabile, e usato recentemente in un film per certi versi affine quale Ad Astra, con risultati totalmente diversi), High Life destabilizza, incanta, non tendendo mai la mano verso lo spettatore, ma lasciandolo esplorare i suoi strani labirinti.