Secondo Christopher Lee il cinema non è altro che “magia fatta con i mezzi della tecnica” ma, come tutte le magie richiede allo spettatore qualcosa di inafferrabile e indefinibile, un salto di fede. Il grande cinema narrativo, per funzionare, ha bisogno che noi (il pubblico) accettiamo per una, due, tre o più ore di essere qualcun’altro, di saper volare, di combattere armati con lame luminose, di studiare in una scuola di magia, o di accompagnare strane creature dai piedi pelosi in un viaggio verso l’ignoto. Più ancora dei libri o dei videogame, il cinema ha un disperato bisogno di credulità, quando le luci si spengono quello che si viene a creare è un rapporto strano, in cui lo spettatore rinuncia a una parte di sé in cambio di una visione, di un ricordo, di un sogno ad occhi aperti, mentre fuori dalla sala cinematografica il mondo, con tutte le sue miserie, va avanti.
 
 
Martin Scorsese nel trasporre il libro di Brian Selznick, L’invenzione di Hugo Cabret, non ha scelto una storia qualunque e questo film non va neppure letto come il mero esercizio stilistico di un regista che vuole confrontarsi con qualcosa di nuovo. No, nulla di tutto questo, il Maestro di New York, così abile a raccontarci le miserie umane di cui parlavamo poco sopra, ha visto in Hugo la trasposizione letteraria di una delle esperienze più pure legate al mestiere del cinema: la meraviglia. Nel raccontarci l’avventura di questo orfanello la cui vita si intreccia per i più svariati motivi con quella del grandissimo cineasta francese Georges Melies, Scorsese ripercorre all’inverso il sentiero della sua stessa formazione umana ed artistica, trasformando Hugo in una sorta di “ritratto dell’artista da giovane” in cui il protagonista, così affascinato dalla meccanica e dalle magie della modernità, diventa una figura in cui qualsiasi appassionato di cinema può riconoscersi. Scorsese, in Hugo Cabret, oltre a raccontare magistralmente una bellissima fiaba, regala a chi sa coglierli tutta una serie di riferimenti, citazioni e piccoli camei quasi impercettibili da scorgere per lo spettatore medio, dando al film un secondo piano di lettura infinitamente più profondo della semplice trasposizione del romanzo. Dalle sequenze riprese dai primi film muti, alla Grande Guerra raccontata con i quadri della scuola divisionista, fino alla struggente messa in scena dei primi set cinematografici, dove fantasia, arte e mestiere si fondevano dando vita a opere che davvero rappresentano uno dei periodi più eroici della settima arte.
 
Anche il 3D, spesso tanto bistrattato, in Hugo diventa un motore insostituibile; oltre a dare alle scene una profondità prospettica che solo un grande regista come Scorsese avrebbe potuto rendere così bene, l’uso stesso del tridimensionale chiude idealmente il cerchio con le prime sperimentazioni di Melies. Cinema e metacinema si fondono in un unico grande affresco, seguendo sempre la guida luminosa della Magnifica Ossessione che divora i grandi cineasti.
 
Straordinarie infine anche le performance del cast, a partire da giovanissimi Asa Butterfield (nei panni di Hugo) e Chloe Moretz, che, con la sua Isabelle a tratti ruba la scena al protagonista. Ben Kingsley, Sasha Baron Cohen e Jude Law, dal canto loro sono tutti e tre bravissimi a mettere da parte ogni istanza da divo, soprattutto Kingsley, commovente nei panni del giocattolaio Papa Georges.
 
Hugo Cabret non è un film per famiglie o meglio, non è solo un film per famiglie, al di la della vicenda godibile pressoché da chiunque, l’ultima opera di Scorsese è scritta e pensata con in mente come pubblico ideale chi sta sveglio fino a notte fonda per guardare Fuori Orario, chi ha in casa tutte le edizioni del Dizionario dei Film, chi guarda Metropolis di Fritz Lang e riesce a sognare come se stesse vedendo James Bond, chi nel cinema non vede solo intrattenimento o cultura. Hugo Cabret è dedicato a tutti quelli che sanno farsi rapire dalla magia, a tutti coloro che, registi, attori o semplici spettatori, sanno guardare oltre la messa in scena, ammirando, come se aprissero un prezioso orologio, i perfetti meccanismi interni e il genio di chi quei meccanismi ha saputo unirli e farli girare all’unisono.
 
“…quando vidi per la prima volta l’invenzione dei fratelli Lumìere fu come sognare senza bisogno di chiudere gli occhi, un sogno che si materializzava davanti a me…”
G. Melies