Pietro Castellitto è un regista. Capita raramente di poterlo dire con questa certezza al primo film. Specie nella sconfortante e conformista palude degli esordi italiani, in cui sembra una regola non inventarsi niente, non rischiare ma imitare gli altri per non cambiare niente di niente dello status quo. Come era stato possibile dirlo subito per i fratelli D’Innocenzo, così solo qualche anno dopo lo si può affermare senza dubbi al termine della visione di I predatori.

Al netto di alcune imprecisioni, di una seconda parte che vira più sul drammatico da che la prima era stata più smaccatamente comica e di una certa irresolutezza nella maniera in cui sono affrontati i personaggi (non esplorati, ma proprio presi di petto), sempre lì lì per essere conosciuti, sempre lì lì per esserci vicini ma irrimediabilmente troppo distanti, I predatori è la boccata d’aria fresca, più fresca che si sia respirata da anni a questa parte nella commedia italiana. Non è questione di quanto si rida (metro sciocco e pesante) ma di come questo avvenga e di conseguenza di come questa reazione indirizzi la percezione del mondo rappresentato.

Di film divertenti non ne mancano, di film che cambiano il senso che diamo al termine comico sì. Castellitto sembra non ispirarsi a niente, il parente più vicino pare Elia Suleiman o i film di Antonin Peretjatko, ma comunque siamo lontani. Ridiamo perché i personaggi sono ridicoli ovviamente, ridiamo perché c’è un tempo comico impeccabile e ridiamo perché siamo messi a contatto con prossimità sconvolgente al ridicolo quotidiano. Così ordinario e semplice che non richiede battute (non ci sono punchline nel film), non richiede slapstick (forse solo una scena potrebbe rientrare nella categoria) e nemmeno quella sofisticata forma di umorismo d’ambiente di Carlo Verdone.

In questo universo in cui due famiglie opposte incrociano le loro disavventure (una alto borghese e intellettuale, l’altra fascista, borghesuccia e popolare) a contare più di tutto è il punto di vista sull’umanità. È proprio quello che nella seconda parte un po‘ affossa il film, finendo a dire quel che il cinema italiano dice sempre, ma è anche quello che riesce a far emergere in superficie il ridicolo di interazioni molto ordinarie. Non siamo infatti dalle parti del ribaltamento di senso (quando nei film demenziali accade il contrario del previsto), quella che viene rappresentata è una sceneggiatura non diversa da tanto altro cinema. Ma come la vediamo, come funziona il montaggio interno e come è gestito il cast o il sonoro stravolgono quel mondo enfatizzando solo di poco il suo aspetto ridicolo. Ma quel poco è così ben scelto da essere cruciale.

Non è così ovviamente, Castellitto (che qui è anche attore) padroneggia un tempo comico eccezionale, lo mette in mostra e si dirige con grande capacità. Ma quel che meraviglia è che riesca a fare il vero lavoro di un regista, cioè a dirigere il tempo comico altrui, a mettere in scena gli attori, muoverli nello spazio e consentirgli di raggiungere quello che ha in testa con una precisione che, visto il risultato di scena in scena, è impressionante.
Così questa storia di ordinarie coincidenze e straordinarie idiozie mostra l’inadeguatezza umana, a tratti con un affetto coinvolgente (specie nel caso della famiglia fascista) e sempre con un acume eccezionale nel notare qualcosa di nuovo che ogni giorno, ogni ora e ogni minuto, ci rende affettuosamente ridicoli.