Il dubbio più grande, capace di generare un opprimente stato d'ansia nei cuori di tutti gli estimatori e gli amanti delle opere partorite in seno a quella fucina di creatività ed arte nota come Studio Ghibli, ruota tutto intorno al dilemma del chi riuscirà a raccogliere le redini di Hayao Miyazaki e Isao Takahata.

La dimensione quasi familiare dello studio di Mitaka, nonostante l'ingente giro d'affari delle sue pregiate pellicole e del merchandise ad esse collegate, le personalità complementari dei due fondatori, Miyazaki e Takahata, rendono difficile riuscire a scorgere all'orizzonte lo stagliarsi di una figura capace di prendere e, soprattutto, reggere il testimone. D'altronde si parla, solamente, di uno studio e di due artisti letteralmente idolatrati da registi e tycoon come John Lasseter, Pete Docter e Peter Lord. Personalità complementari, come abbiamo detto poco fa, caratterizzate da cifre stilistiche quasi antitetiche: tanto intimiste ed espressioniste quelle di Takahata, quanto fantastiche e intrise di fascinazione per la contaminazione fra oriente e occidente quelle di Miyazaki.

Guardando al passato più o meno recente, i tentativi di Miyazaki Jr., Goro, con I Racconti di Terramare e quelli di Hiromasa Yonebayashi con Arrietty – Il Mondo Segreto Sotto il Pavimento, seppur inequivocabilmente apprezzati e apprezzabili, hanno però confermato che i due mostri sacri dello studio possiedono la proverbiale “marcia in più”. Il problema, quindi, resta attuale.

Andando indietro negli anni, più precisamente nel 1995, possiamo constatare con amarezza che, in realtà, il duo supremo dell'animazione giapponese aveva un delfino, un promettente artista dotato di una precisa visione narrativa. Parliamo, naturalmente, di Yoshifumi Kondō, animatore e character designer di cartoni animati, televisivi e non, come Anna dai Capelli Rossi e Conan Ragazzo del Futuro, che, in quell'anno, esordiva alla regia di un lungometraggio con il libero adattamento del manga Mimi Wo Sumaseba (I Sussurri del Cuore, edito in Italia dalla Star Comics) di Aoi Hiragi. L'amarezza cui facciamo riferimento nasce dalla prematura scomparsa di Kondō avvenuta, nel 1998, a causa di un aneurisma. La motivazione? L'eccessivo carico di lavoro.

I film dello Studio Ghibli hanno però sempre avuto uno strano destino nel nostro paese dove, a discapito della loro anima fortemente popolare – l'autarchico botteghino nipponico elegge a campione d'incassi ogni nuova opera proveniente dalla casa di Totoro – vengono percepiti come un prodotto di nicchia, se non da radical chic, malgrado gli ammirevoli sforzi della Lucky Red, la società che ormai da anni si occupa della distribuzione, anche pregressa, dei capolavori Ghibli. Un paio di mesi fa Ponyo Sulla Scogliera, il più recente film diretto da Hayao Miyazaki, accolto unanimemente dalla critica che lo ha descritto come una gemma della settima arte e capace d'incassare più di 200 milioni di dollari, cifre non propriamente alla portata di un film d'essai, è stato trasmesso dalla nostra tv di stato in un orario, le due di notte, decisamente poco alla portata del largo pubblico e, soprattutto, dei più piccoli spettatori che, probabilmente, avrebbero apprezzato la visione del cartoon. Ci rendiamo conto che questa nostra frase potrebbe scoperchiare il Vaso di Pandora sulla drammatica situazione in cui versa la televisione italiana, ma era un'osservazione che non potevamo esimerci dal fare.

Considerazioni sociologiche spicciole a parte, dopo la presentazione avvenuta all'annuale edizione del Lucca Comics & Games, I Sospiri del Mio Cuore (questo il titolo italiano dell'anime) è arrivato in Dvd e Blu-Ray grazie alla Lucky Red che sta mantenendo la sua promessa circa la distribuzione di due pellicole all'anno.

Probabilmente, se avrete letto il manga di Aoi Hiragi, noterete subito come e quando il film di Yoshifumi Kondō va a distanziarsi da esso, non tanto nella costruzione e nella diegesi quanto, più propriamente, nell'edificazione dell'impianto sentimentale fra Shizuku e Seiji. Se nella pagina scritta tutto proseguiva all'insegna di un rapporto che, come spesso avviene nei manga giapponesi non necessariamente di genere shojo, si basava in gran parte sul classico “ti dico che ti odio e sei antipatico solo per nascondere il fatto che ti amo”, l'oav percorre una strada molto più matura, forse più coraggiosa, del fumetto senza avere timore di mettere in piazza tutte le insicurezze, le paure, il timido pudore adolescenziale del primo amore. Una quotidianità che ha bisogno di strumenti per essere affrontata, a prescindere che si tratti dello studio piuttosto che degli affetti. Tutto questo senza però rinunciare al mantenimento dei tratti caratteriali principali del personaggio di Shizuku, indipendente, sognatrice e amante della letteratura come nelle tavole di Hiragi. Il racconto miscela sapientemente elementi realistici ad altri più onirici senza per questo eccedere nell'una o nell'altra direzione, ma è soprattutto nella seconda parte del film che la storia va smarcandosi dalle vignette, andando a porre una grande attenzione all'elemento musicale; a farla da padrone è la canzone di John Denver, Bill Danoff e Taffy Nivert Country Road/Take Me Home, reso leggendario soprattutto dall'interpretazione di Olivia Newton-John nel 1973, che fornirà la base per cementare in modo più forte il sentimento che lega i due giovani protagonisti. Chi ha letto il manga potrebbe forse essere portato a pensare che si tratti di una deviazione gratuita, non necessaria dalla storia originale di Hiragi; noi preferiamo pensare che si tratti di una maniera consapevole di rappresentare per mezzo della narrazione l'imprevedibile irruenza di sensazioni che, con tutta probabilità, possono essere avvertite in una tale maniera solo finché si è adolescenti, se non altro perché è la prima volta che si ha a che fare con esse. Tutte queste considerazioni, l'essere un riuscito adattamento che non tradisce lo spirito del manga originale nonostante il suo porsi come opera autonoma, il riuscire ad amalgamare efficacemente registri stilistici differenti, non fa che rendere ulteriormente amaro il pensiero che questo sia l'unico lungometraggio diretto da Kondō che potremo mai gustare. Nonostante un character design, ovviamente, in linea con quello tipico dello Studio Ghibli, l'impronta autoriale del filmmaker prematuramente e tragicamente scomparso nel 1998 è indubbiamente più forte, decisa rispetto a quella di Miyazaki Jr. e Yonebayashi che, con rispetto parlando, paiono più degli emuli di Miyazaki privi però del guizzo creativo che differenzia il genio dall'abile mestierante.

Il Blu Ray Disc proposto dalla Lucky Red è tecnicamente impeccabile. Come spesso avviene con prodotti di animazione più o meno recenti, il formato si dimostra ottimo: la palette cromatica del cartone animati è spettacolare, così come la nitidezza e la luminosità del quadro. Quello che ci troveremo davanti agli occhi sarà un vero e proprio tableau vivant targato Ghibli. Solido anche il versante audio in Dolby Digital 5.1.

Come da prassi, l'adattamento dei dialoghi è stato curato da Gualtiero Cannarsi dove, dal 2008, è il responsabile delle edizioni italiane delle opere dello Studio Ghibli.

Lo stile è quello che da sempre contraddistingue i lavori di localizzazione di Cannarsi: scrupolosità filologica, il rifiuto della modifica strumentale del testo giapponese che si traduce nell'utilizzo della consueta terminologia elegante e forbita che ci ricorda quanto variegata, duttile e bella sia la nostra lingua, anche quando adoperata come mezzo per trasmettere dei dialoghi nati in un altro idioma.