Nota: il presente articolo è stato scritto dopo aver visto il film una prima volta in lingua originale al cinema in Germania e, successivamente, averlo rivisto in versione italiana all’anteprima IMAX di Riccione dello scorso 21 Agosto. Rispetto ai pezzi già usciti su queste pagine, in questa recensione vorremmo essere leggermente più analitici, dunque è possibile che risulti essere più densa di spoiler rispetto al normale. Se non avete ancora avuto la possibilità di vedere la conclusione della trilogia di Nolan vi invitiamo a NON leggere questo articolo.
 

 
Il Cavaliere Oscuro: Il ritorno non è un film di supereroi. Non tanto perché Batman si vede poco, o perché la trama è complessa o perché Nolan ha infarcito l’intera pellicola di continui riferimenti sociologici, ma perché nessuna persona sana di mente, uscendo dalla sala, avrà mai il coraggio di dire “vorrei essere Bruce Wayne”. Con i Vendicatori succedeva l’esatto opposto, uscendo, chi più chi meno, chiunque avrebbe voluto trasformarsi in Tony Stark.
 
Nolan, nel tratteggiare la chiusura della sua trilogia ha scelto di mostrarci il lato più oscuro dell’eroe che, dopo essere passato dalle durezze della nascita (Batman Begins), all’adrenalina della maturità (Il Cavaliere Oscuro), si trova ora a confrontarsi con la cosa più terribile in assoluto: l’inadeguatezza. Bruce Wayne/Batman, in questo terzo film è un uomo già morto da otto anni, che ormai non capisce più il mondo e vive in una sorta di eterno limbo, schiacciato dal suo secondo essere, quell’uomo pipistrello che da “antidoto” per il suo male si è trasformato in unica via di fuga dalla realtà, come la siringa per l’eroinomane o la bottiglia per gli ubriachi. Bruce Wayne, ne Il Cavaliere Oscuro: Il ritorno non si trasforma in Batman per salvare Gotham ma per dimostrare a se stesso di essere ancora in grado di salvare Gotham e, infatti, come accade a tutti gli insicuri cronici, fallisce miseramente in ogni sua azione: si fida delle persone sbagliate, allontana Alfred dalla villa, perde la sua azienda e si fa malmenare da Bane, tanti piccoli fallimenti che, uniti da un tratto di penna, diventano l’unico grande fallimenti di un uomo che, schiacciato dal suo ego non riesce a comprendere che le soluzioni possono passare attraverso la sua persona senza però renderlo protagonista. Non a caso, in uno dei dialoghi più belli di tutto il film, Bruce dice ad Alfred “La città è in pericolo, ha bisogno di Batman” e Alfred gli risponde: “No signore la città ha bisogno di Bruce Wayne, della sua autorità, delle sue risorse…quei tempi sono finiti.”. Il fedele maggiordomo aveva infatti capito da ben prima del suo padrone che il ritorno nei panni del Cavaliere Oscuro altro non è che un tentativo di rivivere le emozioni perdute che sarebbe stato destinato a scontrarsi con la realtà dei fatti.
 
E, appunto, il film si conclude con l’estremo sacrificio, con Bruce/Batman talmente ossessionato dal suo ruolo da lanciarsi in una missione suicida solo per dimostrare a Gotham che le è sempre rimasto fedele, che non l’ha mai davvero tradita.
 
 
La grandezza di Nolan, come cineasta e come autore sta proprio in questa sua incredibile capacità di decostruire il mito e ridurlo ai suoi impulsi più bassi, come se volesse sfidare il personaggio a tirare fuori tutto se stesso, anche i lati più inconfessabili e contraddittori della sua anima. TDKR è esattamente questo, un film contraddittorio, che non lascia lo spettatore con in mano una verità semplice e, per questo, nonostante l’ovvio successo commerciale, il film non sarà amato dal grande pubblico perché, ancor più che nei predecessori, Nolan ci mette davanti alla verità estrema nascosta dietro ogni cammino eroico: non c’è lirismo nel mito del superuomo, né poesia né epos, c’è solo tantissimo dolore e chi ha il coraggio di percorrerlo è destinato ad essere, in eterno, uno spostato rispetto alla società.
 
Il lascito dell’avventura cinematografica del Cavaliere Oscuro è proprio questo, costringe lo spettatore a prendere una posizione, siamo con Batman e la sua idea individualista di giustizia e coraggio o, come il Commissario Gordon siamo disposti a sopportare qualche bugia per il bene della collettività, o ancora, siamo convinti come Bane che la società non abbia futuro e meriti la distruzione?
 
Nolan ci costringe a rispondere a questa domanda soli, come Bruce durante il suo autoisolamento a Villa Wayne, dimostrando come le risposte facili non esistano quasi mai. D’altronde sia Bruce che l’Innocente sono fuggiti dal Pozzo senza usare le corde, perché mai dovremmo poterle usare noi?