Un film come Il concorso non sbaglia mai i tempi d’uscita perché è figlio dei suddetti tempi e non può esistere se non stimolato dai mutamenti sociali e di opinione. Non è un film controcorrente né è un film di protesta, non è un film per nulla audace ma uno che cavalca e racconta, traslandolo nel passato, un sentire comune ormai assodato, digerito e ampiamente condiviso. Tramite la vera storia del concorso di Miss Mondo del 1970 Philippa Lowthorpe mette in scena con l’innocua semplicità di una serie tv la sciapa sceneggiatura di Gaby Chiappe e Rebecca Frayn che riconduce nell’alveo della compostezza una storia che in realtà avrebbe senso proprio perché scomposta. Dovrebbe essere un intreccio di attiviste che pianificano un’azione durante una diretta televisiva sapendo che le costerà l’arresto e la condanna della gran parte della società e invece sembra un cartone animato in cui tutti sono super amici.

Il problema di Il concorso è quello di essere il genere di film che normalizza la protesta e banalizza opinioni eversive e azioni estreme. Rivolto ad un pubblico che non ama essere messo a disagio, questo film racconta prima l’ingresso di una donna erudita nel mondo dell’attivismo e poi di persone che vogliono fare qualcosa di duro e che metterà a disagio tantissimi. Tuttavia in ogni momento Il concorso cerca di rendere tutto ciò non solo sentimentalmente necessario ma soprattutto non così duro. Philippa Lowthorpe sembra avere un’opinione bassissima dei suoi spettatori a cui ripete tutto più e più volte, ai quali si sente in dovere di dire cosa è appena successo e si è appena visto, come se fossero tutti distratti o intenti a fare altro durante la visione, e poi regala un sorriso e una carezza ogni qualvolta si rischia di graffiare.

Il concorso è il tipo di film in cui la regista si assicura che sia ben inquadrato il titolo dei libri che i personaggi leggono, a costo di fargli tenere posture innaturali, così che lo spettatore sia certo che si tratta di figure intellettuali. Il tipo di film in cui ogni evento è immediato e ogni capovolgimento è così rapido da suggerire che le convinzioni dei personaggi non sono realmente tale. Sally Alexander, l’attivista interpretata da Keira Knightley (con la consueta correttezza priva di sapore), prima è in conflitto con le femministe più attive, poi in una scena diventa il loro membro più produttivo. In questa maniera sia le femministe non guadagnano mai davanti allo spettatore lo status di un’ideologia forte, perché non sudano la posizione che occupano, sia il loro piano e la sua attuazione non sarà mai sofferto e percepito come rischioso o richiedente coraggio.

Come se fosse stato scritto a partire dai ricordi dorati delle vere protagoniste, mostrate implacabilmente in un finale che ribadisce la missione didattica del film, Il concorso ha la patina del ricordo di gioventù, quella che esaspera le posizioni. Solo così si può dare ad ogni donna, anche le più conservatrici e avverse alle attiviste, qualcosa di positivo e ad ogni uomo, anche il più marginale, qualcosa di negativo.
Sally Alexander da un certo punto dice in televisione che il loro movimento non ha niente contro le donne che partecipano al concorso di bellezza ma tutto contro il concorso in sé e la mentalità che c’è dietro. Il film invece sembra avere tutto contro le singole persone e non contro le istituzioni che rappresentano o portano avanti.

Così anche il secondo discorso di Il concorso, quello sul razzismo e quanto un concorso come quello del 1970, in cui per la prima volta vinse una donna di colore, poteva fare per l’avanzamento della considerazione delle donne di etnie diverse da quella caucasica, è ridotto ad un accenno. Un accenno che illude di aver visto un film complesso e sfumato. Un accenno fatto a parole in una scena tra le due protagoniste che sa di compensazione e non ha conseguenze. Non è un fatto della trama che porta a dei cambiamenti ma un evento che, ci viene detto, è cosa buona. Non lo dobbiamo capire da noi, dobbiamo solo recepire che è così.