Ci sono due personaggi in Il Grande Spirito: un ladro e uno scemo, un minorato, che vive nella mansarda sul tetto di un palazzone. All’inizio il primo è protagonista in una partenza poliziesca: non è una cima più una mezza tacca fanfarone ma in una rapina truffa i complici che lo disprezzano, prende dei soldi non suoi e scappa. Il secondo lo nasconde al termine di un lungo inseguimento tra vicoli e tetti di quartieracci (non male!), ed è protagonista della parte centrale del film una commedia italiana in cui lo scemo si rivela un idiot savant (gli idiot nel cinema italiano sono sempre savant!) molto tenero, pieno di sentimenti e difficoltà che il mondo non è capace di aiutare ma sa solo raggirare.

Tutto quel che nell’inizio prometteva una certa coolness al ribasso, ambienti ben messi in scena e un personaggio non male (tipico da poliziesco urbano in piena ricerca di rivincita avendo superato da tempo la gioventù), rivela gradualmente un più usuale background di operai e fabbrica su cui si stagliano vite semplici di teneri ultimi. Quel che sembrava promettere una storia di violenza inizia a rivelare una natura molle, ciò che era sottilmente ironico diventa apertamente commedia amara. Alla fine così tutto quel che era stato promesso inizialmente è tradito. Sarà recuperato in un finale con scampoli di tensione nemmeno diretti male che fanno solo aumentare il rimpianto e l’amaro in bocca.

Perché quando in Il Grande Spirito cambia il protagonista passando da Tonino a Corvo Nero cambia il genere, ci vorrà il ritorno della storia di Tonino al centro di tutto perché ritorni ad essere un film davvero disperato fatto di amori difficili e morti facilissime. E chi l’avrebbe mai detto che il volto scavato e rugoso di Sergio Rubini si potesse prestare così bene!
Insoddisfatto dal solo poliziesco (e forse anche dalla sola commedia amara) Il Grande Spirito si chiude a lungo sul tetto per le sue discussioni e i suoi confronti, aprendosi al resto del quartiere criminale pochissimo, si isola e scende nell’arena il meno possibile, giocando sui soliti territori del cinema italiano (con poco in più da dire). A un certo punto introduce anche una quasi-prostituta di buon cuore, figura femminile necessaria e impalpabile.

In ottemperanza a una circolare ministeriale che prevede una certa quota di cellulari gettati in mare nel cinema italiano in Il Grande Spirito ne viene buttato uno dal protagonista verso fine film. Quota rispettata.