Se c’è un unico appunto che posso muovere, un solitario sassolino nella scarpa, un trascurabile pezzo di rucola fra i denti da rimuovere prima di gettarmi a capofitto nella discussione, è questo: Il Regno dei Sogni e della Follia (The Kingdom of Dreams and Madness), il documentario di Mami Sunada dedicato allo Studio Ghibli, è uno splendido viaggio di quasi due ore di durata nel mondo segreto di questa fondamentale realtà della cinematografia giapponese – e ovviamente mondiale – che pare più che altro indirizzato a chiunque ne abbia almeno una conoscenza di base.

A quelle persone che non si stupiscono nel vedere un cartone animato popolato da “procioni” (tanuki, per l’esattezza) con i testicoli al vento, a chi non si domanda perché un bambino non rimanga perplesso dal trovare una pesciolina rossa dal viso alquanto antropomorfo, a chi non ha bisogno di sapere come o perché l’incidente occorso a Marco Pagot l’abbia trasformato in maiale.

A chi, insomma, senza aver magari mai messo fisicamente piede nella Terra del Sol Levante ha un minimo di dimestichezza con un mondo, un modo di fare e produrre arte, degli stilemi narrativi profondamente differenti da quelli occidentali. Anche in quei casi, come con Il Castello Errante di Howl, in cui le basi del lungometraggio poggiano proprio sulle pagine scritte da una romanziera inglese.

 

Il Regno dei Sogni e della Follia

 

Probabilmente, chi è a digiuno di tutto ciò potrebbe faticare a capire, ad afferrare pienamente il senso di un documentario che non si pone come scopo primario quello di raccontare scolasticamente l’affermazione dello Studio Ghibli nel panorama artistico internazionale dal giorno della sua inaugurazione a quello in cui è stato annunciato il ritiro di Miyazaki.

Noi occidentali siamo abituati a essere immancabilmente straightforward se dobbiamo raccontare qualcosa. Questo non significa che i “nostri” documentari cinematografici siano meno appaganti di questo Il Regno dei Sogni e della Follia.

The Pixar Story di Leslie Iwerks è appassionante come il più acclamato dei lungometraggi partoriti dallo studio di Emeryville.

Empire of Dreams: The Story of the Star Wars Trilogy andrebbe studiato in ogni corso o scuola di cinema che si rispetti.

Detto ciò, in The Kingdom of Dreams and Madness non si procede da un “Alpha”, diciamo per convenzione la nascita di Studio Ghibli, a un’ “Omega”, a esempio la release di un film.

Semmai, “sfruttando” la contemporanea lavorazione di Si Alza il Vento di Hayao Miyazaki e La Storia della Principessa Splendente di Hisao Takahata, si penetra all’interno di un mondo, quello dei sogni e della follia appunto, in presenza quasi costante del primo e solo con sporadiche apparizioni dell’amato/odiato, da Miyazaki, secondo. Due facce antitetiche e complementari quelle dei Deus Ex Machina di Studio Ghibli, con l’operoso, instancabile produttore Toshio Suzuki intento da anni a tenere le fila del tutto, a mediare fra questi due opposti. Tanto metodico e preciso uno, Miyazaki-san, quanto perennemente in ritardo e fuori budget l’altro, Takahata-san. D’altronde, non è solo Dio a operare in modo misteriosi, ma anche il laborio artistico umano, e malgrado la scarsa fiducia di Miyazaki verso il collega, esternata più volte durante il documentario con frasi ben poco incoraggianti “Non ce la farà mai a terminare il suo film. Mai” non esiste una ricetta fissa e costante per partire una gemma del cinema.

Mami Sanada è particolarmente attenta e abile nel riuscire a mostrare e catturare i vari volti del Maestro, del papà di Totoro. Da quelli più autoritari, magistrale il frangente in cui l’artista viene immortalato, con quel modo di fare così educatamente nipponico, ma neanche tanto velatamente dispotico, mentre spiega agli animatori come dev’essere il movimento del perfetto inchino di ringraziamento e saluto, a quelli più ironici in cui Hayao Miyazaki, immerso magari in profonde discussioni sul senso della vita, sui pericoli del nucleare e della sua scarsa comprensione della modernità, produce un’improvvisa risata che sta a metà fra il sibillino ghigno del Gattobus e il sorriso inaspettato di uno qualsiasi dei suoi numerosi figli di celluloide.

Personalmente poi, per quanto io sia consapevole da ormai svariati anni del come fra opera e artista non ci sia un’aderenza totale e che può benissimo capitare che una creazione piena di ottimismo e speranza sia partorita dalla persona più depressa del creato così come può tranquillamente avvenire il percorso opposto, e nonostante fossi già al corrente della questione dato che i lavori dello Studio Ghibli non è che abbia iniziato a seguirli a mezzogiorno di questa mattina, impossibile non avvertire una straniante dissonanza nel momento in cui sono le vive parole di Miyazaki a rimarcare come lui, in realtà, sia un depresso cronico che non riesce a dormire senza ingurgitare dei sonniferi. Questo perché nei suoi film venati da un amore sincero verso la natura e le sorti tanto dell’arcipelago nipponico – Miyazaki ogni domenica cura la pulizia del fiume che passa nei paraggi dello studio ed è maniacalmente attento alle problematiche nucleari di un paese particolarmente sfortunato in questo senso fra le bombe della Seconda Guerra Mondiale prima e Fukushima poi – quanto del mondo intero, sono sempre presenti una certa preoccupazione, lo sguardo critico verso il rapporto che lega il progresso umano ai ritmi naturali, ma, nonostante tutto, vengono declinati con un sostanziale ottimismo. O per lo meno sono io a sentirmi sempre così dopo aver visto una delle sue opere, malgrado le strampalate fan theory che vedono, ad esempio, in Totoro un angelo della morte.

E non pretendo che sia così per tutti; alla fine questa è una considerazione personale, più che “critica” in senso stretto.

Ma prescindendo dalle sensazioni e dai sentimenti privati e provati guardando Il Mio Vicino Totoro, Pom Poko, I Sospiri del Mio Cuore e tutte le altre opere dell’imprescindibile filmografia di Studio Ghibli, il documentario di Mami Sunada, che verrà proposto nei cinema italiani lunedì 25 e martedì 26 maggio da Lucky Red, è dunque una tappa imperdibile per poter curiosare, in compagnia della regista giapponese e di un serafico gatto libero di girovagare dovunque nell’area dello studio, all’interno di una delle più importanti fucine di sogni e di follia dei nostri tempi. Roba che neanche la più riuscita sceneggiatura di Charlie Kaufman riuscirebbe a mettere nero su bianco.

E di conoscere meglio quel trio formato da Hayao Miyazaki, Isao Takahata e Toshio Suzuki responsabile, con tutte le sue idiosincrasie, differenze, ossessioni, approccio alla vita e all’arte, di alcune delle opere cinematografiche più importanti di sempre.

 

Il Regno dei Sogni e della Follia